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Supply Chain a nord est


L’outsourcing come processo di sopravvivenza industriale
Supply Chain a nord est
Outsourcing è il termine utilizzato per indicare l’approvvigionamento di beni e servizi all’esterno dell’azienda, come alternativa alla produzione interna degli stessi. In altre parole il termine outsourcing sintetizza il noto trade-off "make or buy". La scelta, in tempi non sospetti, era guidata dalla esistenza di capacità produttiva interna eccedente, oppure insufficiente a produrre ciò che era nei piani a breve delle aziende. Oggi il ricorso all’outsourcing è ancora guidato dalla variabile interna della capacità produttiva, ma ancor di più è dettato da motivi di aumento della competitività delle imprese sui mercati internazionali. Le aziende italiane, soprattutto quelle manifatturiere, a meno che non utilizzino conoscenze innovative o distintive e quindi beneficino di un vantaggio competitivo nei confronti dei potenziali concorrenti, devono confrontarsi con produttori di prodotti simili o succedanei che vengono fabbricati nei Paesi a basso costo di manodopera. L’outsourcing è la strada per una immediata riduzione dei costi e un aumento dei profitti quando non è possibile modificare al rialzo i listini di vendita; è la prima leva su cui agire per riportare in attivo il Margine di Contribuzione o quantomeno modificarlo positivamente.
I settori per i quali è conveniente ricorre all’outsourcing sono soprattutto quelli manifatturieri con poche eccezioni, siano essi appartenenti al B2B o al B2C.
La dimensione delle aziende che vi possono ricorre non rappresenta un elemento discriminante; sono stati attivati outsourcing di successo con piccole e medie aziende manifatturiere residenti nel nord est del Paese, dopo aver vinto l’iniziale resistenza degli imprenditori.
I luoghi ideali per intraprendere un’azione di outsourcing si possono dividere in Paesi a corto e a lungo raggio. In testa ai Paesi a lungo raggio vi sono Cina e India; fra quelli a corto raggio, ma non per questo meno convenienti, vi sono, ad esempio, Serbia, Macedonia, Kosovo, Romania, Bulgaria.
L’outsourcing è un processo importante anche in vista dei cambiamenti epocali che dovranno essere messi in atto nell’immediato futuro di questo Paese. Mi riferisco agli studi sulla diffusione e sull’utilizzo della Conoscenza (originale, connettiva, codificata e generativa), che distinguono fra Paesi che sono (o saranno) destinati ad occuparsi di produrre bene e servizi, e Paesi che sono in prima fila nei processi di worldmaking e della distribuzione dei beni, come risultato di un processo di evoluzione della specie, di sopravvivenza e di conservazione dell’identità imprenditoriale.
L’outsourcing, da ora in avanti, è destinato a diventare una pratica comune a causa della incapacità dei Paesi economicamente sviluppati di competere con i costi orari della manodopera delle economie in via di sviluppo.
Alle imprese italiane sarà demandato sempre di più lo sviluppo della conoscenza e l’utilizzo della stessa nella messa a punto di prodotti sempre più innovativi che, già ora, vanno a popolare mondi pervasi da comunità di consumatori sensoriali (sempre di più l’esperienza dell’acquisto induce ad una esperienza sensoriale di possesso, di appartenenza, di condivisione, di emulazione, e così via).
Chi, fra gli imprenditori, si ostina a fare tutto da se, a produrre tutto all’interno della propria azienda (e sono ancora in molti), è in gara per la palma di "resistente ad oltranza", in una corsa dove i grandi hanno già scelto (come e dove esternalizzare) e i piccoli "resistenti" sono destinati a scomparire.

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