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Trasfusioni da sangue infetto: quando vince il paziente


Quando l'azienda sanitaria non riesce a provare da dove provengono le sacche di sangue, il paziente ha diritto al risarcimento del danno da infezione
Trasfusioni da sangue infetto: quando vince il paziente

 

La Cassazione tornata ad affrontare il tema delle trasfusioni di sangue infetto con una ordinanza pubblicata 17 gennaio 2020, la numero 852, con la quale è stato preso in considerazione il caso di un soggetto in quale aveva subito una trasfusione di sangue nel 1982 presso la U.L.S.S. nr. 40 della Campania.

A fronte del rigetto della domanda sia in primo grado che in appello, il paziente danneggiato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che fosse stato violato, da parte del giudice di secondo grado, il principio della ripartizione dell’onere della prova in materia di responsabilità professionale medica.

La Cassazione ha accolto il ricorso sulla base di un indirizzo assolutamente univoco dei giudici di legittimità in ambito di responsabilità professionale medica di natura contrattuale.

Secondo questo orientamento, nei casi come quelli in esame, si deve ripartire l’onere della prova secondo un “doppio ciclo causale”. Il primo “ciclo” riguarda il danneggiato il quale è tenuto ad allegare l’esistenza della contratto di spedalità e il deterioramento del proprio stato di salute nonché ad allegare e provare (anche per presunzioni) il nesso di causa tra la condotta attiva/omissiva dei sanitari e l’evento illecito conseguito.

Il secondo ciclo causale coinvolge, invece, l’azienda ospedaliera: una volta che l’attore abbia assolto ai proprio oneri istruttori, la struttura sanitaria convenuta dovrà dimostrare o che l’inadempimento non c’è stato oppure che esso è stato causato da una impossibilità sopravvenuta derivante da causa non imputabile.

Nel caso di specie, secondo la Corte il paziente leso aveva allegato (e anche provato per presunzioni) che l’infezione di Epatite B contratta fosse la conseguenza della trasfusione di sangue avvenuta all’inizio degli anni ‘80. La circostanza, come anzidetto, poteva considerarsi provata per via presuntiva. A questo punto, la U.L.S.S. campana avrebbe potuto (e dovuto) liberarsi dalla responsabilità portando le prove di aver fornito sacche di sangue non infetto.

L’impossibilità di tracciare la provenienza di una sacca di sangue trasfusa evidentemente discendeva dal fatto che la cartella clinica non era stata conservata in modo inappuntabile. Questo limite deve considerarsi, sul piano probatorio, una carenza che ridonda a danno della struttura sanitaria e non del danneggiato.

E ciò in applicazione del principio della “vicinanza della prova” secondo il quale l’eventuale impossibilità di dimostrare un proprio asserto per una carenza riconducibile a negligenza nella conservazione di propri documenti ridonda i suoi effetti negativi su colui che quei documenti doveva gelosamente custodire.

Per questa ragione è stata, in definitiva, accolta la domanda di risarcimento del soggetto trasfuso. Infatti, la struttura sanitaria non ha dimostrato di aver adeguatamente adempiuto al proprio dovere.

Ecco come gli Ermellini hanno sintetizzato la questione: “La sentenza impugnata, pur dando atto che nella cartella clinica mancava l'annotazione del referto di accompagnamento del centro trasfusionale, ha ritenuto che la prova della colpa gravasse sul danneggiato. Questa statuizione è in patente contrasto con l’ormai granitica giurisprudenza di questa Corte secondo la quale "in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell'onere probatorio l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante" (Cass., S.U., n. 577 dell'11/1/2008; Cass., 3, n. 20101 del 18/9/2009; 3, n. 1538 del 26/1/2010; 3, 15993 del 21/7/2011; Cass., 3, n. 20904 del 12/9/2013; n. 820 del 20/1/2015, Cass., 3, n. 24073 del 13/10/2017). (…) l'onere della prova della causa non imputabile (e, a più forte ragione, contrariamente a quanto opinato dalla Corte territoriale, dell'assenza di colpa) grava sul presunto danneggiante. In assenza di tali prove, la responsabilità della struttura non può ritenersi esclusa. In particolare, questa Corte ha ancora precisato che l'impossibilità di tracciare una sacca di sangue trasfusa comporta un'irregolarità nella tenuta della cartella clinica cui può ricollegarsi l'affermazione di responsabilità contrattuale con riguardo alla prova presuntiva (Cass., 11316/2003)”.

La Corte ha, pertanto, accolto il ricorso nonché cassato l'impugnata sentenza e rinviato la causa per nuovo esame (ed anche per la liquidazione delle spese del giudizio di Cassazione) alla Corte d'Appello di Napoli in diversa composizione.

 

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