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Tutela giuridica della coppia omosessuale e le Unioni di fatto


Normativa vigente in Italia sulle Unioni di fatto e riferimenti normativi europei
Tutela giuridica della coppia omosessuale e le Unioni di fatto

 

Per molto tempo, ed ancora oggi, si parla di “crisi” della famiglia intesa come istituzione unitaria tenuto conto del crescente numero di coppie di fatto e di relazioni omosessuali, nonché il fenomeno della filiazione extramatrimoniale e lo sviluppo delle tecniche di fecondazione eterologa.

L’emergere di modelli familiari alternativi rispetto a quello tradizionale ha contribuito alla nascita di una variegata legislazione statale europea, tesa ad eliminare ogni forma di disuguaglianza sulla base dell'orientamento sessuale e adottare una disciplina giuridica anche per le unioni tra partners dello stesso sesso (risoluzione del Parlamento europeo, 8 febbraio 1994, "Sulla parità di diritti per gli omosessuali nella Comunità", in G.U.C.E., 28 febbraio 1994, n. 61, 40; Raccomandazione dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, 26 settembre 2000, "Situazione di lesbiche e gay negli Stati membri del Consiglio d'Europa", reperibile sul sito www.coe.int.).

In Europa, partendo da un preventivo riconoscimento sociale delle convivenze eterosessuali, si è giunti al riconoscimento del fenomeno della convivenza ed in particolare all’unione civile "leggera", anche detta della registered cohabitation, aperta a qualsiasi tipo di coppia, eterosessuale e omosessuale. Le leggi che la prevedono risultano prive di un intento esplicitamente definito e prevedono solo una serie limitata di diritti e doveri, con caratteristiche che mutano in ogni Paese in cui sono previste: così il Pacte civil de solidarité francese ed il partenariat lussemburghese; l'unione registrata "forte", o registered partnership, prevista in alcuni casi anche per le coppie eterosessuali, ma nata e impiegata soprattutto per quelle omosessuali, produce effetti molto simili al matrimonio, anche se il sistema dei diritti e doveri presenta alcune differenze. In tal senso si sono orientate la Danimarca, seguita dalla Norvegia, dalla Svezia, dalla Islanda, dalla Finlandia, dalla Germania e dal Regno Unito. Inoltre, recentemente, l’Olanda, il Belgio, la Spagna, la Norvegia, la Svezia, il Portogallo e l’Islanda hanno esteso il matrimonio nella sua versione civile anche alle coppie omosessuali. Nei Paesi in cui gli omosessuali non possono accedere al matrimonio civile vero e proprio, la registrazione della convivenza è lo strumento che soddisfa meglio l'esigenza fondamentale di non subire discriminazione e rende possibile l'accesso a una condizione legalmente riconosciuta e socialmente accettata. 

L’Italia non ha seguito il trend degli altri Paesi europei: non si è dotata per molto di una disciplina generale che regolasse globalmente la materia delle convivenze tra persone, dello stesso o di diverso sesso, al di fuori del matrimonio. Tuttavia, è stata approvata la legge 20 maggio 2016, n. 76. Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze (GU Serie Generale n.118 del 21-05-2016). Tale legge ha introdotto nel nostro ordinamento due istituti ben distinti: le unioni civili e le convivenze di fatto. Il primo è destinato alle coppie dello stesso sesso, mentre il secondo è aperto sia alle coppie omosessuali sia alle coppie eterosessuali.  Viene, quindi, regolamentata l’unione civile tra persone dello stesso sesso: le coppie omosessuali, qualificate come “specifiche formazioni sociali”, possono usufruire di un nuovo istituto giuridico di diritto pubblico denominato unione civile.  Si fa riferimento agli artt. 2 e 3 della Costituzione relativi ai diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali e all’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso.

L’unione civile tra due persone maggiorenni avverrà di fronte a un ufficiale di Stato e alla presenza di due testimoni e verrà registrata nell’archivio dello stato civile.  Sono quattro i fattori previsti dalla legge che potranno impedire la costituzione dell’unione civile: la sussistenza, per una delle parti, di un vincolo matrimoniale o di un’unione civile tra persone dello stesso sesso; l’interdizione di una delle parti per infermità di mente; la sussistenza tra le parti dei rapporti di parentela; la condanna definitiva di un contraente per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte. Con questa legge rimane l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione, ma viene cancellato l’obbligo di fedeltà.

Inoltre, entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni. Rimane anche l’applicazione degli articoli del Codice civile riferiti agli alimenti, alla successione e alla reversibilità. Apportando una significante modifica al DDL Cirinnà, è stata eliminata la “stepchild adoption”, l’adozione del figlio biologico del partner. La legge, quindi, non prevede la possibilità per uno dei due partner dell’unione civile di adottare il figlio dell’altro, tuttavia all’articolo 3 si specifica che “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozioni dalle norme vigenti” per cui spetta alla magistratura pronunciarsi caso per caso sul tema delle adozioni per le coppie gay.  La seconda parte della legge disciplina la convivenza di fatto tra due persone, sia eterosessuali che omosessuali, che non sono sposate. In questo caso si tratta di due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. Il contratto di convivenza è nullo, se indica dei termini o delle condizioni e può essere sciolto per: accordo delle parti, recesso unilaterale, matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra uno dei conviventi e un’altra persona, morte di uno dei contraenti. In caso di malattia o di ricovero i conviventi hanno il diritto reciproco di visita, di assistenza e di accesso alle informazioni personali, con le stesse regole previste nel matrimonio.

Ciascun convivente può designare l’altro come suo rappresentante, con poteri limitati o assoluti, per le decisioni in materia di salute in caso di malattia che comporti incapacità d’intendere e di volere. Nel caso di morte, ciascun convivente può designare l’altro come suo rappresentante per quanto riguarda la donazione di organi, funerali, le modalità di trattamento del corpo. Questa designazione può avvenire attraverso uno scritto autografo oppure in forma verbale davanti a un testimone. 

Nel caso di morte di uno dei due conviventi che ha anche la proprietà della casa comune, il partner superstite ha il diritto di stare nell’abitazione per altri due anni o per un periodo uguale alla convivenza se superiore a due anni, ma comunque non oltre i cinque anni. Se nella casa di convivenza comune vivono i figli della coppia o i figli di uno dei due, il convivente che sopravvive alla morte dell’altro può rimanere nella casa comune per almeno tre anni. E, inoltre, in caso di morte, il partner superstite ha il diritto di succedere all’altro coniuge nel contratto d’affitto. Questo diritto si estingue in caso di una nuova convivenza con un’altra persona o in caso di matrimonio o unione civile. 

I conviventi possono stipulare tra loro un contratto di convivenza per regolare le questioni patrimoniali: il contratto può essere redatto con un atto pubblico o con una scrittura privata autenticata da un notaio o da un avvocato. Per valere anche nei confronti di terzi, l’atto deve essere comunicato all’anagrafe comunale.  Il contratto di convivenza può contenere l’indicazione della residenza comune, le modalità di contribuzione alle necessità della vita comune, il regime patrimoniale della comunione dei beni. La convivenza non dà diritto alla pensione di reversibilità. In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice può riconoscere a uno dei due conviventi, che si trova in stato di bisogno, il diritto agli alimenti per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza.

 

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