Un malore casuale si trasforma in accusa ingiusta


La consulenza tecnica di parte, un’arma vincente per dimostrare la insufficienza e contraddittorietà della prova ai fini di una pronuncia assolutoria
Un malore casuale si trasforma in accusa ingiusta
Una semplice discussione condominiale, un malore del proprio interlocutore e ci si ritrova, inconsapevolmente, imputati in un processo penale. Episodi di tal genere, purtroppo, invadono le pagine dei quotidiani, e non sempre conseguono un esito positivo, come, invece, nel caso affrontato dal mio studio.
La vicenda concerne un padre e un figlio che vengono imputati di concorso in lesioni personali aggravate, a seguito di una querela di un condomino del loro palazzo che, dopo una lite riguardante le manovre delle autovetture all’interno del cortile condominiale, dichiarava di essere stato colpito con un oggetto contundente, senza specificare chi dei due gli avesse inferto il colpo. In effetti, il condomino si risvegliava in un’ambulanza diretta all’ospedale, dove i sanitari gli diagnosticavano un "trauma cranico con ferite lacero contuse frontali", con prognosi di 20 giorni.

Tuttavia, proprio quando la verità storica sembrava aver già individuato chiaramente la cronologia e la paternità degli eventi, è intervenuta la verità processuale a ricomporre i pezzi del puzzle e fornire la giusta cornice all’accaduto.
Infatti, l’istruttoria dibattimentale non solo ha evidenziato le molteplici discrasie tra le dichiarazioni contenute nella querela e quelle degli imputati e dei testimoni escussi, ma ha permesso di rilevare un ulteriore dato: il ctu ha escluso, senza alcun dubbio, la possibilità che la persona offesa potesse ricordare di essere stato colpito al capo da coloro che lo avevano seguito, ancorchè si ritenesse che ciò fosse realmente accaduto; infatti, ad un trauma di tipo commotivo consegue, secondo la comune esperienza clinica, una perdita di coscienza che comporta un’amnesia retrograda.
Dunque, l’ipotesi del malore è venuta lentamente a consolidarsi; tra l’altro la patologia di cui risultava affetta la parte offesa, il morbo di Alzheimer, ha concorso ad avvalorare una ricostruzione dei fatti in tal senso. Infatti, l’Alzheimer è una forma di demenza degenerativa progressivamente invalidante con esordi lontani nel tempo, così come confermato dal nostro consulente di parte.
Ma il nostro consulente (dott. D’ettorre) ha fatto molto di più. Ha dato una svolta decisiva al processo quando ha illustrato l’incompatibilità tra il "trauma cranico con focolai lacero contusivi frontali e ferita lacero contusa al cuoio capelluto", diagnosticato alla parte offesa, e il trauma da corpo contundente animato da terzi. Infatti, ha spiegato che le lesioni di cui si è parlato, consistendo "in una ferita lacero-contusa in regione occipito-parientale alta e due focolai lacero-contusivi sulla convessità dei lobi frontali dell’encefalo" ed essendo, inoltre, la fronte priva di lesioni esterne, rappresentano lesioni da contraccolpo. Tali lesioni si formano quando il capo non è in asse con il corpo, dunque un colpo nella regione cervicale non poteva creare dei focolai lacero-constusivi cosi come diagnosticati; tutt’al più avrebbe spinto in avanti il corpo che, con la caduta, avrebbe riportato conseguentemente lesioni anche nella parte anteriore.
Il ctu, ha tentato di smentire tale assunto, sostenendo, invece, l’ipotesi di una verticalità del gesto offensivo compiuto dai miei assistiti che avrebbe spinto all’indietro il corpo. Tuttavia, una simile ricostruzione lungi dal redimere ogni sorta di dubbio sull’accaduto, al contrario ha innescato molteplici interrogativi.
Innanzitutto, affinché un colpo inferto verticalmente sulla parte posteriore provochi una caduta all’indietro, è necessaria una notevole differenza di altezza tra la persona che colpisce e quella che subisce, circostanza del tutto assente nel caso di specie, data l’altezza delle parti coinvolte.
Inoltre, ad un soggetto che, colpito con un oggetto contundente, cade all’indietro battendo, inevitabilmente, la testa al suolo, i sanitari avrebbero dovuto riscontrare due colpi nella parte posteriore del capo; ciò non è avvenuto nel caso di specie.
La totale assenza di risposte a questi interrogativi, ha confermato ulteriormente che la giustizia stava seguendo il suo corso affinché emergesse la verità. Infatti, dopo sei anni dall’accaduto, è intervenuta la pronuncia con la quale il Giudice ha assolto gli imputati dal reato loro ascritto perché il fatto non sussiste.

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di Avv. Olindo Paolo Preziosi

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