Una teoria della sofferenza


La richiesta di cura psicologica dipende generalmente dalla crisi di un sistema mentale che rivela eccessiva fragilità
Una teoria della sofferenza
Gli elementi fondamentali che qualificano un intervento che possa definirsi psicoanalitico non sono molti e neppure di difficile comprensione.
Occorre però soffermarsi su che cosa si intenda con il termine sofferenza. Perché e quando l’analista decide, dopo un approfondito ascolto del paziente, che i suoi problemi sono di propria competenza?
L’individuo soffre perché è preda di un conflitto che gli risulta insanabile perché soffre di una mancanza di equipaggiamento mentale e affettivo per affrontare i compiti che la vita gli richiede (teoria del conflitto e teoria del deficit).
Aggiungerò che il conflitto o il deficit possono rimanere anche a lungo nei limiti di una sofferta tollerabilità ma, a causa di modifiche interne o esterne, ovvero di processi non più sopportabili.
La richiesta di cura psicologica dipende generalmente dalla crisi di un sistema mentale che rivela qualche eccessiva fragilità quando viene sollecitato ad affrontare processi di cambiamento specifici, per esempio la morte di una persona importante, un fallimento nelle relazioni affettive o lavorative, un radicale cambiamento nelle condizioni di vita o semplicemente una fase di sviluppo psicobiologico come nell’adolescenza, una separazione dolorosa ecc.

Tra desiderio e opposizione: il conflitto
Per conflitto intendo ciò che risulta più o meno chiaramente dal punto di vista fenomenico ascoltando le parole del paziente quando esprime un desiderio di qualcosa che non riesce a ottenere, sebbene non ci siano apparentemente ostacoli insormontabili così che ci spinge a formulare l’ipotesi che ci sia qualcosa in lui che si oppone alla realizzazione del desiderio dichiarato.
Per esempio può dirci: "Tutte le volte che sto per realizzare il desiderio di una relazione di amore con una persona che amo e che mi ama c’è qualcosa che me lo impedisce e mi fa fuggire". Qualcuno può dirci semplicemente : "Sono depresso" e proseguire enumerando gli stati e i motivi della sua depressione continua, apparentemente senza sbocco. Anche in questo o in casi simili l’ipotesi della presenza di un desiderio di mantenere ciò che fa soffrire, e che si oppone al desiderio di liberarsi da tale disagio, potrà spesso trovare conferma e dimostrazione. Dal racconto della vita del paziente potrà per esempio risultare che la depressione è come un carcere familiare più rassicurante della vita esterna.
Il conflitto è fonte di sofferenza quando mantiene attivo un livello di frustrazione che non si spegne. Lo stato mentale può essere paragonato a quello di un’auto che è continuamente frenata e tanto più quanto si avvicina alla meta, che non potrà essere raggiunta perché la dispersione di energia danneggia gli apparati meccanici oppure perché la pressione del freno arriva al punto di produrre l’arresto quando la strada diventa più accidentata.
Possiamo allora facilmente formulare l’idea che la meta come oggetto di desiderio sia inconsapevolmente associato a una minaccia mortifera che ne impedisce la realizzazione, sebbene non sia ancora possibile trovare una ragione di tale difficoltà.
Non è raro che già nei primi colloqui sia possibile non solo individuare il nesso tra desiderio e opposizione, ma anche elementi della storia passata che forniscono una significazione a tale nesso, al punto da farlo diventare la tessera di riconoscimento della sopravvivenza del passato nel presente, almeno in via di ipotesi.
Abbiamo in questo modo compreso una motivazione della sofferenza nel conflitto tra il desiderio e la sua realizzazione.

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di dott. Renato de Polo

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