Violazione del termine di ragionevole durata


Ragionevole durata: non è necessario attendere la fine del procedimento presupposto per richiedere l'indennizzo ai sensi della legge n. 89/01
Violazione del termine di ragionevole durata
La Corte Costituzionale si è pronunciata sull'art. 4 della legge n. 89/2001, meglio conosciuta come Legge Pinto, dichiarandone l'illegittimità costituzionale. La norma in questione, modificata nel 2012, dispone che la domanda di equa riparazione possa essere proposta unicamente «a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva» e si inserisce nell'ambito di una modifica legislativa il cui obiettivo era quello di limitare l'accesso ai ricorsi, renderlo più oneroso e ridurre l'ammontare del risarcimento.
Con la sentenza del 26 aprile 2018, n. 88, la Corte Costituzionale ha richiamato anche la precedente pronuncia n. 30/2014 con cui già era intervenuta sul punto, sollecitando l'intervento del legislatore, in quanto il differimento dell’esperibilità del rimedio cagionava un pregiudizio alla sua effettività.
La Consulta è tornata ad esprimersi proprio nello stesso senso con la sentenza in commento, ove si legge: "dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 4 della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell'articolo 375 del codice di procedura civile) - come sostituito dall'art. 55, comma 1, lettera d), del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134 - nella parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione possa essere proposta in pendenza del procedimento presupposto".
In altre parole, la disposizione è stata ritenuta illegittima nella parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione, una volta maturato il ritardo, possa essere proposta in pendenza del procedimento presupposto.
La Corte ha così accertato la lesione di un diritto fondamentale, precisando che "spetterà da un lato, ai giudici comuni trarre dalla decisione i necessari corollari sul piano applicativo, avvalendosi degli strumenti ermeneutici a loro disposizione; e, dall’altro, al legislatore provvedere eventualmente a disciplinare, nel modo più sollecito e opportuno, gli aspetti che apparissero bisognevoli di apposita regolamentazione".
In conclusione, in attesa che il legislatore intervenga ponendo rimedio alla violazione una volta per tutte, sarà possibile proporre il ricorso per ottenere l’indennizzo ex l. n. 89/01, senza attendere la conclusione del procedimento presupposto, una volta che sia stata superata la durata del processo da considerare ragionevole secondo i criteri stabiliti dalla C.E.D.U., ovvero tre anni per il primo grado, due per il giudizio di appello ed uno per quello di legittimità.

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di Luigi Serino

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