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Violenza domestica e Mediazione Familiare (3^ parte)


Le diverse forme di violenza e la differente gravità della stessa ha indotto gli studiosi a compiere un esame sull'opportunità del ricorso alla Mediazione familiare
Violenza domestica e Mediazione Familiare (3^ parte)

Dopo aver cercato d’individuare una definizione che ci potesse chiarire quand’è che possiamo parlare di violenza nella coppia  e dopo aver trattato le varie tipologie di violenza domestica nei precedenti articoli: “Violenza domestica e Mediazione Familiare 1^ parte" e “Violenza domestica e Mediazione Familiare 2^ parte”, ritengo opportuno concludere questa trattazione con la questione  attinente all’opportunità o meno di ricorrere alla Mediazione Familiare per risolvere i conflitti della coppia  quando questi siano degenerati in violenza anche a causa di separazioni, divorzi e interruzioni di convivenza.

Gli studiosi ben comprendendo l’esistenza di diverse forme di violenza e la differente gravità della stessa, hanno compiuto un esame molto attento della questione che cercherò di evidenziare qui di seguito.

Molti teorici della giustizia riparativa sostengono che nei casi di violenza domestica la Mediazione Familiare tra vittima e autore del reato sia alquanto rischiosa. Numerose ricerche hanno, infatti, dimostrato come la violenza difficilmente cessi dopo la Mediazione.

Quando il maltrattamento esercitato nei confronti della partner si è estrinsecato in una violenza grave che perdura da anni, quando la relazione viene vissuta dalla donna con periodi di alternanza tra intimidazioni, violenze, minacce e false riappacificazioni, si ritiene che difficilmente, anche alla presenza di un Mediatore formato ed esperto, la Mediazione possa costituire un deterrente.

La Mediazione in tali circostanze potrebbe, anzi, rappresentare un pericolo perché potrebbe essere il luogo ove alimentare la violenza e il rischio di recidiva del maltrattante con conseguente pericolo per la donna già vittima di violenza. Il setting della Mediazione potrebbe, infatti, diventare un teatrino di finti pentimenti e finte promesse dall’astenersi dal ripetere la violenza come pure la sede ove far sentire il maltrattante legittimato dei propri comportamenti, con conseguente pericolo del perpetuarsi di nuove situazioni violente.

E’ stato osservato a tal proposito che il rischio potrebbe essere abbastanza fondato e concreto specie se il maltrattante non intende assumersi alcuna responsabilità e se la Mediazione venisse attivata come unica risposta. Ciò significa che pur promuovendo una Mediazione al fine di ottenere una responsabilizzazione del reo e un impegno a riparare il danno, non è possibile garantire un’assunzione concreta della responsabilità per le condotte tenute nel presente e nel futuro come pure una condizione di sicurezza e di protezione per la vittima.  In questi casi è difficile per il Mediatore mantenere una neutralità e un’imparzialità; sarebbe più opportuno, trattandosi di reati che rientrano nella fattispecie del maltrattamento e, dunque, reati perseguibili d’ufficio, denunciare o rivolgersi ad una delle tante Onlus che si occupano di maltrattamenti.

Continuando nello studio molto attento della questione mi sono imbattuta in ciò che prevede l’art. 48 della Convenzione di Istanbul, relativamente alla violenza contro le donne come pure alla violenza domestica. Secondo la traduzione italiana, proposta unitamente alla ratifica avvenuta con legge 27 giugno 2013 n. 77, la Convenzione avrebbe fatto emergere un divieto assoluto circa l’applicabilità della Mediazione Familiare per i casi di violenza, così come previsti dalla Convenzione. Un divieto frutto, però, di un errore di traduzione che ha reso necessario una rettifica (su Gazzetta ufficiale n. 278 del 28.11.2017, pag. 34).  Ciò che in realtà la Convenzione vieta è soltanto il ricorso obbligatorio alla Mediazione familiare per i casi di violenza da essa previsti. Quanto poi al diritto italiano la legge n. 154 del 5 aprile del 2001, che ha contemplato le misure contro la violenza nelle relazioni familiari, le novità introdotte dalla l. 119/2013 (c.d. legge sul femminicidio), nello stabilire e disciplinare gli ordini di protezione contro gli abusi familiari ha introdotto nel codice civile l’art. 342-ter. Tale articolo prevede, al secondo comma, che il giudice, «se necessario», può disporre l’intervento dei «servizi sociali o di un centro di mediazione familiare», quando emana il decreto contenente l’ordine di protezione, al fine di far cessare il comportamento che costituisce abuso familiare e di allontanare il coniuge o la persona convivente che sta causando un grave pregiudizio alla convivenza familiare. Un sistema normativo favorevole alla Mediazione familiare, ma riguardo al suo ricorso non sembra esserci chiarezza circa l’obbligatorietà o meno.

La norma qui appare confusa anche se l’interpretazione prevalente la vorrebbe volontaria. E poi quali sono i casi di violenza cui si riferisce l’ordine di protezione emanato dal giudice civile per i quali viene previsto l’intervento della Mediazione Familiare? I casi sono quelli che fanno capo alle rotture della coppia (es. separazioni della coppia), che hanno ad oggetto comportamenti violenti privi, però, di quella gravità necessaria ad integrare gli estremi di un reato penale poiché nel caso contrario l’ordine di protezione potrebbe esser emesso in sede penale, in applicazione dell’articolo 282-bis del codice di procedura penale (la misura cautelare dell’allontanamento dalla dimora familiare), in questo caso però non viene fatta alcuna menzione alla Mediazione familiare.  Trattasi di fatti episodici ed occasionali, di minima entità (insulti, umiliazioni lievi, ecc.) o comunque privi di prove sufficienti ad affermare una responsabilità penale, non in grado d’influenzare in modo significativo e decisivo la capacità della vittima di sostenere i propri interessi di parte in un processo di negoziazione.

Bibliografia:

•     A. Ceretti, Violenza intrafamiliare e mediazione, in M.A. Guida (a cura di), I figli di genitori separati. Ricerca e contributi sull’affidamento e la conflittualità, Atti del Convegno Milano, 8 Ottobre 2005, Milano, 2006
•    Convenzione di Istanbul del Consiglio d’ Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, art. 3 lett. a.
•    Silvia Corti, “Giustizia riparativa e violenza domestica in Italia: Quali prospettive applicative?”, in dir. Penale contemporaneo, fascicolo 9/2018, pag. 5-14.
•    M. Elena Torres Fernandez. La mediazione è ammissibile in caso di violenza nella coppia? Limiti giuridici e possibilità concrete in un confronto fra diritto spagnolo e Italiano. Pdf su academia.edu
•    Anna C. Baldry. Mediazione o Violenza domestica.  Risorsa o Limiti di applicabilità? Pdf su rassegnapenitenziaria.it

 

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