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Violenza psicologica. Conoscerla per riconoscerla


La violenza psicologica non ha né segni né genere. Chiunque può esserne vittima e non accorgersene prima che sia troppo tardi
Violenza psicologica. Conoscerla per riconoscerla

Dati preoccupanti emergono dall'’ultimo rapporto Oms: una donna su tre nel mondo è vittima di violenza fisica o sessuale e la violenza rappresenta una delle maggiori cause di morte nella fascia di età compresa fra i 15 e i 44 anni per donne di ogni classe ed estrazione sociale. Nel 30% dei casi gli abusi sono commessi da partner o comunque all’interno della relazione affettiva ed un terzo dei maltrattamenti comincia in una fase di vita delicatissima per la donna ovvero la gravidanza.

Fenomeno mondiale, complesso ed articolato che perlopiù cattura l’attenzione per le conseguenze fatali, e i drammatici epiloghi. Tali risvolti rappresentano però solamente una parte degli esiti, danni e conseguenze fisiche e psichiche, che le donne subiscono. Sostanziale, per conoscerla e riconoscerla, è avere un idea chiara su cos’è e come si manifesta. Se volessimo indicare le tipologie dell’abuso potremmo enunciare che ve ne sono diversi tipi: dall’abuso fisico e sessuale all’abuso economico (caratterizzato da privazioni e limitazioni nell'accesso alle proprie disponibilità economiche o della famiglia), psicologico ed emotivo.

La forma più subdola e difficile da riconoscere, insidiosa e silenziosa, trasversale alle altre e con un impatto emotivo drammatico ma minimizzato poiché meno visibile, è la violenza psicologica. L'Istat (2017), che ci propone una panoramica della situazione Italiana, indica come il fenomeno sia grave e diffuso, oltre 8,3 milioni le donne vittime di violenza psicologica. Generalmente, in questa forma di abuso, alla radice si evidenzia uno squilibrio di potere fra due persone. L’abusante mette in atto strategie volte ad esercitare potere e controllo, e attraverso sentimenti di colpa, vergogna e paura cerca di imporre la propria realtà. Nel maltrattamento prolungato tali strategie hanno l’effetto di trasformare inesorabilmente il mondo interno della donna, ridurre la sua capacità di giudizio, protezione e accudimento, producendo isolamento e generando confusione, paura, sensazioni di solitudine, impotenza e disperazione, minando la fiducia in se stessa, la propria integrità e sicurezza, lasciando quindi ferite profonde e durevoli. È importante tenere presente che spesso la violenza ha un andamento ciclico, ovvero si alternano fasi di tranquillità a fasi di aggressività. Si struttura una dipendenza tale, data dalla perdita della propria integrità e della percezione di sé come persona capace di leggere e fronteggiare le situazioni per cui nonostante l’evidente disfunzionalità che la relazione ha sul benessere complessivo è estremamente difficile separarsi o ribellarsi.

Ma come si manifesta questa forma di violenza?

Spesso in modo subdolo attraverso umiliazioni (ad esempio “non sei in grado di fare niente” “non vali niente”), colpevolizzazioni, critiche esplicite ed implicite connotate da un marcato sarcasmo, ridicolizzazioni, persistenti vessazioni ed ingiurie, intimidazioni, controllo e imposizione di scelte individuali che in genere mirano ad isolare (“non devi vedere assolutamente quelle persone”) e continue svalutazioni e denigrazioni. Anche il silenzio ostile, è uno dei mezzi che l’abusante può utilizzare per gestire la relazione. Fra le manifestazioni possibili, una forma di abuso psicologico è il gaslithing: manipolazione dove attraverso asserzioni false che vengono presentate come vere si porta l’altro a dubitare dei propri giudizi, memoria e percezioni sensoriali in modo da farlo sentire sbagliato, disorientato e confuso. Nei casi più gravi la persona che mette in atto questo tipo di abuso può arrivare anche a nascondere oggetti e manipolare la realtà per far sì che l'altro pensi di avere una percezione errata delle cose, portandolo a dubitare dei propri pensieri e ricordi. In genere l'obiettivo è sottomettere l'altro, facendo si che venga sopraffatto da un'insicurezza tale da generare forti dubbi verso sé e una dipendenza assoluta. Il termine deriva da un opera teatrale del 1938 GasLight, riportata su pellicola in un film degli anni 40 la cui trama è caratterizzata dalla presenza di un marito che per impossessarsi della fortuna della moglie tenta di farla impazzire. Riesce nel proprio intendo, portando la donna a dubitare sempre più di se stessa, attraverso la fine manipolazione di alcuni elementi ambientali (affievolendo le luci a gas) e sostenendo insistentemente, quando la moglie percepisce i cambiamenti, che sono frutto della sua immaginazione.

E cosa succede quando sono presenti I bambini?

Nelle famiglie dove si consuma violenza domestica, i bambini diventano vittime passive di un gioco di potere nel quale l'abusante utilizza sistematicamente la violenza per assumere e mantenere il potere e il controllo sulla relazione e sulla vittima (Segantini, Cigalotti 2013). Dolore, paura, confusione sono le sensazioni che prova il bambino nel vedere o anche solo sospettare che in famiglia avvengano atti di violenza nei confronti di figure di riferimento significative. É allo stesso modo doloroso percepire gli effetti di tale violenza, ovvero sentire l'angoscia, la tristezza, il terrore e lo stato di allerta delle vittime (Luberti, Pedrocco Biancardi, 2005). La violenza assistita è una forma di maltrattamento psicologico. L’impatto sui bambini è devastante, poichè non vengono loro forniti gli stimoli necessari e le risposte affettive che gli garantiscono uno sviluppo psicofisico sereno. Nella vita del bambino è, invece, fondamentale la presenza di una figura responsiva che sia in grado di offrire protezione e sostegno, al fine di favorire nel piccolo la costruzione di un vissuto positivo delle relazioni interpersonali. Una donna maltrattata dal proprio partner impegnata a lottare per la propria sopravvivenza, non dispone di molte energie per fare la madre e, quindi, assumere le vesti di tale figura (Mullender et coll., 2002); di conseguenza il bambino tende a diventare invisibile e ad essere privato della necessaria base sicura per la propria crescita (Busoni, 2000). Una prerogativa per la costruzione di una base sicura è anche la consapevolezza condivisa in famiglia che le relazioni di attaccamento devono essere protette e non minacciate: i bambini hanno bisogno di sentire che le relazioni tra adulti siano sufficientemente collaborative da garantire loro la cura in ogni momento (Byng- Hall, John p.139). Ovviamente tutto ciò viene a mancare quando si parla di violenza assistita intrafamiliare; di conseguenza il legame affettivo di attaccamento che fin dalla nascita dovrebbe unire in modo stabile intimo e duraturo il bambino alla madre (Bowlby, 1969), non ha modo di svilupparsi in maniera sicura. Un legame di attaccamento insicuro influenza molti aspetti dell'adattamento psicologico di una persona come la salute mentale (Sroufe, 1989), il comportamento sociale (Skolnick 1986) e la ricchezza di risorse cognitiva (Matas et al., 1978).

L'apprendimento di modelli relazionali distorti durante l'infanzia porta anche allo sviluppo di disturbi a livello emotivo e comportamentale: il bambino, infatti, può apprendere che l'uso della violenza nelle relazioni affettive è normale. Oppure può tendere a congelare il proprio sentire e a chiudersi in se stesso perché ha imparato che l'espressione di pensieri, sentimenti, emozioni o opinioni è pericolosa in quanto può scatenare la violenza. É stato dimostrato che le piccole vittime di violenza hanno capacità empatiche ridotte e riportano danni a livello neurocognitivo a causa delle situazioni stressanti che sono costretti a subire (Milinterni 2009). Fra le conseguenze a lungo termine è facile trovare azioni violente e aggressive verso quelle che saranno le altre figure significative della loro vita.

Ma quali sono le reazioni a breve termine di un bambino che vede e sente la violenza subita da una madre? Moltpelici. Ci sono bambini che possono sentirsi in colpa poiché attribuiscono la causa degli eventi a fattori interni a sè. Questo costituisce l'insieme di condizioni più negative perché annulla la loro capacità di far fronte a ciò che gli succede intorno e induce in essi un senso di impotenza che condizionerà lo sviluppo della loro personalità. Ci sono poi bambini che si assumono la responsabilità di proteggere la madre dal maltrattamento, assumendo comportamenti adultizzati di accudimento o rifiutandosi di uscire di casa per paura che in loro assenza si consumi violenza verso il genitore. È facile immaginare in questi casi le gravi ripercussioni che si hanno sul versante scolastico per le assenze ripetute, le difficoltà di concentrazione e altri possibili problemi comportamentali. Può accadere anche che il bambino diventi compiacente verso il genitore maltrattante per difendersi dal senso di pericolo che avverte in casa o per protesta nei confronti della madre per non essere sufficientemente protettiva; si costruisce la bugia che la madre sia la responsabile delle tensioni familiari. Questo meccanismo di protezione con quelli citati poco prima è un'operazione mentale che serve a tollerare l'ambivalenza destabilizzante rispetto alle figure genitoriali nello sforzo di mantenere integre entrambe.

E come è regolamentato il fenomeno della violenza psicologica dal punto di vista giuridico?

Affrontare il tema della violenza psicologica in ambito giuridico pone, all’operatore di diritto, notevoli difficoltà, a partire dal fatto che non esista un vero e proprio “reato” che ne disciplini il trattamento. Al più si tratta di un elemento costitutivo di alcuni reati espressamente previsti: minaccia, stalking, violenza privata, maltrattamenti in famiglia, tanto per citarne alcuni.

Si cercherà di mettere in luce alcuni aspetti che la Giurisprudenza ha individuato come idonei a rappresentare la violenza psicologica, sia quando ne ha comportato la condanna in sede penale, sia quando siano stati causa dell’addebito nella procedura per la separazione personale dei coniugi, sia quando abbia fondato la domanda di risarcimento del danno.

E’, infatti, opportuno chiarire che la violenza psicologica possa scaturire all’interno di una famiglia, ma non solo: anche in ambito sociale, ed anche in ambito lavorativo.

Sarà forse più chiaro se proviamo ad elencare casi pratici, assumendo la terminologia e i casi da alcune Sentenze emesse dai Giudici italiani:

- critiche e rimproveri violenti, anche in pubblico;

- umiliazioni sia in pubblico che in privato ( marito che impone alla moglie la convivenza con l’amante, ad esempio);

- limitazioni imposte dietro minaccia di ritorsioni comportanti anche violenza fisica (relativamente al modo di vestirsi, di comportarsi, alle frequentazioni, agli argomenti di cui parlare, allontanamento dalla famiglia o dagli amici);

- controllo della sfera privata (attraverso l’accesso indiscriminato a social network con la pretesa consegna delle passwords , controllo delle utenze telefoniche, fino ad imporre la geolocalizzazione, o alla continua richiesta di foto e selfies tesa a verificare la veridicità delle affermazioni);

- dipendenza economica (imposizione di auto licenziamento, rifiuto di consegnare somme necessarie alla cura personale del soggetto dipendente, imporre scelte economiche coinvolgenti l’intera famiglia, minaccia di avere le disponibilità economiche per portare via i figli).

Di seguito riportiamo alcuni estratti da Sentenze emesse dai Tribunali italiani per chiarire alcuni concetti:

“… emerso che l’A.R. non poteva decidere cosa, quanto e quanto mangiare, né quando poter riposare, dovendo prima svolgere tutti i lavori che le venivano imposti dal coniuge e dai familiari, che decidevano anche l’orario della sveglia, denigrando tutto ciò che faceva.”

“...gli atti di disprezzo e di offesa arrecati alla sua dignità, che si risolvano nell’inflizione di vere e proprie sofferenze morali (Sez. 6, n. 44700 dei 08/10/2013, dep. 06/11/2013, Rv. 256962).”

“… atti di vessazione reiterata e tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con le normali condizioni di esistenza”.

La Legge n. 154/2001 intitolata alle “misure contro le violenze nelle relazioni familiari” ha previsto la possibilità di ottenere in casi di violenza conclamata l’allontanamento del soggetto con provvedimento giudiziario e l’obbligo di devolvere una somma di denaro a cadenza periodica. Quanto, invece, dette manifestazioni non si verifichino in ambito familiare, dovrà essere verificato che le singole fattispecie integrino i reati sopra indicati.

Ricordiamo che non esiste attualmente il reato di “mobbing” e pertanto, salvo che i comportamenti costituiscano reati autonomi, il risarcimento potrà essere domandato solo in ambito civilistico.

Cogliere i segnali che indicano che siamo dentro una relazione abusante precocemente e fin dalle manifestazioni piu sottili ed insidiose è il primo passo per cominciare a uscire dal circuito della violenza. Intervenire tempestivamente per evitare il cronicizzarsi di queste esperienze è la strada da seguire per tutelare se stesse e come abbiamo visto, se la violenza si consuma all'interno delle mura domestiche, anche i propri bambini.

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