Usufrutto o quasi usufrutto? Dipende dal bene...


Il discriminante sta nella distinzione tra bene consumabile, non consumabile e deteriorabile
Usufrutto o quasi usufrutto? Dipende dal bene...

Qual è la differenza tra usufrutto e quasi usufrutto? Per capirlo occorre partire dalle definizioni... Il diritto all’usufrutto può avere ad oggetto qualsiasi tipo di bene. Unica condizione espressa dal nostro codice civile è che il diritto reale di godimento rispetti la destinazione economica. Nell’art. 981 c.c., infatti, si legge: "L'usufruttuario ha diritto di godere della cosa, ma deve rispettarne la destinazione economica. Egli può trarre dalla cosa ogni utilità che questa può dare, fermi i limiti stabiliti in questo capo". Ciò significa, ad esempio, che se una persona è usufruttuaria di un appartamento ad uso abitazione non può trasformarlo in un ufficio e viceversa.

Altra particolarità dell’usufrutto è che, nel momento in cui il diritto si estingue, l’usufruttuario ha l’obbligo di restituire al suo legittimo proprietario il bene integro così come lo ha ricevuto nel momento in cui è sorto il diritto di usufrutto.

Ma cosa accade se l’usufrutto ha per oggetto dei beni che si consumano, come ad esempio il grano o il denaro?
In questo caso l’usufruttuario, che in base alla legge avrebbe tutto il diritto di trarre dalla cosa ogni utilità che questa può dare, non potrebbe restituire il bene nella sua identità ed integrità al termine della durata del diritto, poiché nel frattempo il bene è stato consumato. Si parla, allora, di quasi usufrutto, un diritto reale di godimento che prevede, al momento dell’estinzione del diritto, non la restituzione del bene ricevuto, ma il pagamento di una somma pari al valore o alla stima del bene ricevuto oppure la restituzione di un bene dello stesso genere (tantundem eiusdem generis).
Ad esempio, se è stato concesso il quasi usufrutto su una somma di denaro, il quasi usufruttuario avrà l’obbligo di restituire non le stesse banconote ricevute, ma lo stesso ammontare totale. L’art. 995 c.c. prescrive che "se l'usufrutto comprende cose consumabili, l'usufruttuario ha diritto di servirsene e ha l'obbligo di pagarne il valore al termine dell'usufrutto secondo la stima convenuta. Mancando la stima, è in facoltà dell'usufruttuario di pagare le cose secondo il valore che hanno al tempo in cui finisce l'usufrutto o di restituirne altre in eguale qualità e quantità".

In sostanza usufrutto e quasi usufrutto hanno in comune il presupposto del passaggio proprietà-diritto di godere della cosa oggetto dei diritti, ma la differenza sostanziale sta nella diversa natura del bene. Si parla di usufrutto quando il bene trasferito non è consumabile, mentre si tratta di quasi usufrutto quando il bene è consumabile.

Resta da capire cosa succede quando il bene non è consumabile, ma deteriorabile, cioè è soggetto ad usura dovuta all’uso ripetuto nel tempo. Anche in questo caso, così come nel quasi usufrutto, il bene non può essere restituito al proprietario esattamente così com’era al momento in cui è stato consegnato dal proprietario. Il bene, infatti, a causa del suo continuo utilizzo e godimento da parte dell’usufruttuario, perde di valore anche se non si distrugge.
In questo caso, in base all’art. 996 c.c., la legge prevede che "Se l'usufrutto comprende cose che, senza consumarsi in un tratto, si deteriorano a poco a poco, l'usufruttuario ha diritto di servirsene secondo l'uso al quale sono destinate, e alla fine dell'usufrutto è soltanto tenuto a restituirle nello stato in cui si trovano". A differenza dei beni consumabili, i beni deteriorabili possono essere oggetto dell’usufrutto. L’essenziale è che siano utilizzati rispettando l’uso al quale sono destinati.

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