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Dai figli non si divorzia


Nella coppia si instaura un attaccamento e quando i rapporti si incrinano il processo di dis-attaccamento ha i suoi tempi, ma la famiglia divisa continua ad esserci
Dai figli non si divorzia

Dai figli non si divorzia

Le profonde trasformazioni di carattere sociale, culturale, economico e organizzativo degli ultimi decenni hanno posto la libertà individuale al centro dei valori, identificandola come condizione indispensabile per l’autorealizzazione.

Nella vita di coppia, oggi molti giovani cercano, come un tempo, la stabilità e l’amore, ma anche stimoli per una crescita personale. A differenza di un tempo, però, tollerano meno le limitazioni e i sacrifici.

Perciò, se non si raggiungono gli obiettivi auspicati, se le regole stabilite all’inizio della convivenza non sono rispettate, se uno dei due partner si rivela diverso da come appariva oppure evolve in una direzione mentre l’altro segue tutt’altra strada, la coppia perde di coesione: iniziano le incomprensioni, si diventa diverso da come appariva, si diventa diffidenti, nascono i primi screzi, si evita di parlare o, quando si parla, si scopre sempre più spesso in rotta di collisione.

A quel punto, la costruzione di una famiglia che duri nel tempo, con una storia e un suo progetto, basata su un accordo di fondo, appare sempre più difficile da realizzare. Ciò che prima si affrontava con entusiasmo viene ora vissuto come un peso. Delusione, incomprensione, scontro dopo scontro, silenzio dopo silenzio, si arriva così allo scioglimento del matrimonio.

E’ cambiata la coppia ed è cambiata la famiglia. Una moglie, specialmente quando ha un lavoro fuori casa, si attende dal marito un maggior impegno domestico e nei confronti dei figli. Mentre in passato, infatti i ruoli del padre e della madre erano complementari, “specializzati” e sanciti dalla tradizione, oggi sono sempre più simmetrici e intercambiabili: è compito di lui e di lei trovare un equilibrio tra le diverse esigenze e aspirazioni individuali, conciliando impegni familiari e impegni extra familiari.

A questi cambiamenti sul piano sociale si sono affiancati rilevanti cambiamenti su quello legislativo: primo fra tutti l’introduzione del divorzio, che in Italia è avvenuta nel 1970 (L. n.898 del 1° dicembre) a seguito di un referendum popolare. Nel nostro diritto il divorzio è lo scioglimento giudiziale del vincolo coniugale, quando la comunione spirituale e materiale dei coniugi è diventata impossibile.

Questa impossibilità è accertabile dal giudice in presenza di almeno una delle seguenti cause:
•    Reati gravissimi a carico di un coniuge;
•    Non consumazione del matrimonio;
•    Mutamento di sesso di un coniuge;
•    Divorzio o nuovo matrimonio all’estero dell’altro coniuge che sia cittadino straniero;
•    Separazione legale dei coniugi protrattasi ininterrottamente per un triennio.

La nozione di scioglimento coincide con quella di cessazione degli effetti civili del matrimonio e determina, nel rapporto tra gli ex coniugi, dei reciproci diritti - doveri quali la coabitazione, l’assistenza morale e materiale, la collaborazione, i diritti ereditari.

Permane tra essi un dovere di solidarietà post-coniugale che si può manifestare in vari obblighi di assistenza economica. Rimangono immutati i doveri verso i figli e la titolarità della potestà genitoriale. L’esercizio di quest’ultima, invece, compete al genitore affidatario. Prima di giungere alla sentenza di divorzio, nella grande maggioranza dei casi, la coppia vive in una condizione di separazione. Questo rappresenta uno stato transitorio di sospensione dei diritti e dei doveri che derivano dal matrimonio e può evolvere nella riconciliazione, e quindi nella ripresa della convivenza coniugale, oppure nella definitiva estinzione di quest’ultima attraverso la sentenza di divorzio, che può essere ottenuta, dopo tre anni di separazione legale, anche per iniziativa di un solo coniuge.

La legge italiana riconosce due forme di separazione: giudiziale e consensuale. Nella separazione consensuale sia la decisione di separarsi, sia gli accordi spettano ai coniugi e il tribunale si limita a confermarli dando ad essi valore legale; la separazione giudiziale invece è dichiarata dal tribunale con sentenza e può essere chiesta anche da un solo coniuge.

L’introduzione del divorzio nel nostro Paese ha avuto innanzitutto l’effetto di rendere visibili nuove strutture familiari: per esempio, quelle con genitori non sposati, quelle con un solo genitore, quelle in cui i nonni svolgono la funzione genitoriale, le famiglie ricostituite, quelle adottive e quelle, ormai così numerose da costituire la normalità, in cui entrambi i genitori hanno un’attività lavorativa, al di fuori delle mura domestiche. Il divorzio, inoltre, può essere considerato una sorta di protezione degli individui, in quanto assicura la possibilità di porre fine a una situazione conflittuale o insostenibile e, dunque, fonte di sofferenza. D’altro canto i rapporti tra le persone non sono immutabili né definiti una volta per sempre, ma soggetti a trasformazione, cosa che non sempre è positiva.


Ricerche sociologiche sul divorzio

Il sociologo Robert Weiss condusse, anni fa, uno studio sulla separazione, analizzando la condizione di centocinquanta coppie. Egli constatò che ci vuole del tempo per spezzare quel legame di attaccamento che si forma all’interno di una coppia che ha convissuto per un periodo sufficientemente lungo, non soltanto quando i rapporti sono stati buoni per molto tempo ma anche quando sono stati burrascosi.

Ciò accade perché l’attaccamento che lega i partner è all’origine dei sentimenti di sicurezza e di stabilità di cui è difficile fare a meno di punto in bianco. Questa dimensione affettiva fa capo a veri e propri meccanismi biologici: per esempio numerose ricerche indicano che l’attaccamento induce nell’organismo una maggior produzione di endorfina, sostanze naturali simili alla morfina che calmano la mente.

Uscire da una relazione non è facile: la razionalità deve venire a patti con l’emotività, il detto col non detto, il che comporta modifiche dell’umore, nelle abitudini e perfino nella chimica del cervello. Qualcuno deve darsi una nuova identità in sostituzione di quella che si indebolisce con il venir meno di un legame che, essendo profondamente coinvolgente, ha contribuito a strutturarla. Per trovare un nuovo equilibrio ci vuole tempo.

In una prima fase si ripensa al passato, a ciò che non ha funzionato, ai silenzi, alle menzogne, ai torti subiti, agli errori propri e altrui, a ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto. In una seconda fase si incomincia ad acquisire un certo distacco: ora la propria vicenda esistenziale può essere raccontata, può essere tradotta in parole seguendo una sequenza logica. In una terza fase la si può mettere da parte: le memorie del passato incominciando ad allentare la stretta e si riprendere a vivere.

Come l’attaccamento anche il processo di dis-attaccamento ha i suoi tempi: bisogna disassuefarsi, come avviene con la droga. Un noto studio sui fattori di stress pone il divorzio tra i primi posti della classifica, secondo soltanto alla morte di un coniuge (Holmes e Rahe, 1967).

Altri ricercatori hanno riscontrato molte analogie tra i sentimenti dei divorziati e quello dei vedovi, accomunati da una forma di “lutto” virtuale o reale: per entrambe le categorie è più difficile adattarsi alla nuova condizione se ci sono forti sentimenti di abbandono e di rifiuto- dominanti nei “lasciati” o di rabbia e di colpa, prevalenti in coloro che “lasciano” (Kitson e Raschke 1981).

Questi stati emotivi sono generati in gran parte dal fatto che il matrimonio, come la genitorialità, conferisce tra l’altro status sociale e identità. Se quella di coniuge e di genitore rappresenta una parte rilevante della propria personalità, il venir meno di queste condizioni può far sì che una persona si ritrovi improvvisamente nel bel mezzo di una crisi di identità.

Uno dei compiti che molti si trovano ad affrontare nel periodo che segue la separazione o il divorzio è dunque il superamento del “lutto” e la ridefinizione di sé. Raramente la separazione tronca di netto il legame matrimoniale, più spesso si configura come un processo che evolve nel tempo, tant’è che l’entrata in scena di un nuovo compagno (o compagna) dell’ex o la nascita di un suo figlio possono rimettere in gioco, a distanza di anni, vecchie dinamiche emotive che si credevano ormai sopite.

E se per una coppia senza figli è più facile, in linea di massima, praticare una cesura definitiva e dare inizio a una vita nuova di zecca, per una coppia con figli è diverso, perché la famiglia divisa è comunque una famiglia, sia pure particolare dai confini incerti.

L’appartenenza a essa non è definita dalla convivenza in una medesima casa, bensì dall’esistenza di relazioni reciproche, tra i vari membri, tant’è vero che la maggior parte dei figli di divorziati cita entrambi i genitori tra i membri della propria famiglia, al contrario del padre e della madre che, una volta divisi, non si considerano più una coppia.


La famiglia divisa

La famiglia divisa continua ad avere una sua esistenza per il semplice motivo che i genitori non divorziano dai figli. Tranne casi estremi o particolari genitori si rimane per tutta la vita. Ecco perché coloro che divorziano dovrebbero sforzarsi di disgiungere fin dall’inizio il ruolo genitoriale, che permane, dal ruolo coniugale, che appartiene invece al passato.

La separazione e il divorzio alterano la vita affettiva dei figli e, quando questi sono bambini, scompigliano i loro schemi di riferimento relativi alle relazioni familiari e all’impegno che i genitori si sono assunti nei loro confronti mettendoli al mondo.

Se il papà se ne va di casa sarà ancora il mio papà? Dove andrà ad abitare e con chi? Chi avrà, d’ora in avanti un ruolo fondamentale nella famiglia? Chi andrà a parlare con gli insegnanti? Chi si occuperà di mantenermi? Potrò ancora andare a trovare i nonni? Se papà si risposa, papà e mamma si rivolgeranno ancora la parola? Quando papà chiama al telefono posso rispondere? Se uno ha torto e l’altro ragione con chi è giusto allearsi?

Questi sono soltanto alcuni degli interrogativi che si pongono i bambini quando i genitori si separano. In molti casi, però, i figli non sono vittime completamente passive della divisione familiare, ma cercano di influenzare gli altri membri della famiglia (genitori, fratelli, zii, nonni) allo scopo di ricevere amore e protezione, di preservare “pezzi” significativi del nucleo familiare e di dare ai genitori, o soprattutto a uno dei due, il sostegno e l’affetto di cui mostrano di avere bisogno.

Gli effetti della separazione sui figli dipendono dal modo in cui essa viene percepita e giudicata da loro stessi, dai genitori e dalle persone della loro cerchia, nonché dai cambiamenti che essa determina nell’immediato e nel corso del tempo, nello stile di vita e nei rapporti affettivi.

Grazie alla separazione papà e mamma possono porre fine alle tensioni e ristabilire tra le mura domestiche un clima di serenità o, al contrario, tenere vivo, nel corso degli anni, uno stato di belligeranza che va a confliggere con l’educazione dei figli e il mantenimento di un clima di fiducia, rispetto e dignità senza il quale il rapporto genitore- figlio è destinato a deteriorarsi.

Quando ciò accade, si crea una situazione in cui i genitori appaiono inadeguati ad ascoltare i bisogni dei figli, a sostenerli e guidarli: le loro preoccupazioni e dinamiche soggettive li rendono sordi e ciechi.

Di contro, ci sono genitori capaci di stabilire dei confini tra i sentimenti che provano nei confronti dell’ex coniuge e quelli per i figli. Qualche volta i figli si sentono trascurati a causa della distanza fisica dal padre o dalla madre. Ciò riguarda soprattutto i più piccoli che, per sentirsi sicuri, amati e benvoluti, hanno bisogno di vedere e toccare le loro figure di attaccamento: l’assenza di un genitore può essere interpretata da questi piccolini, come una manifestazione di disinteresse nei loro confronti o di abbandono.

Altre volte invece un figlio deve rapportarsi con genitori che lottano con tale animosità per il suo benessere da dover impegnare gran parte delle loro energie, per mitigare egli stesso le tensioni, rinunciando così a ricevere cure e attenzioni.

Quando il conflitto e la competizione tra i genitori assumono un carattere incontrollabile, i figli possono ricorrere a varie strategie per ripristinare l’equilibrio e rimettere un po’ d’ordine. Una tra le più comuni nel tentare di risolvere in prima persona i problemi dei “grandi”, di incoraggiarli a migliorare la comunicazione e di recapitare i messaggi all’uno e all’altra, talvolta modificandoli di proposito o distorcendone il significato per non aggravare la già difficile situazione o per volgerli a proprio vantaggio. In altre parole, svolgono, come possono, il ruolo del mediatore familiare.

Nel farsi mediatore un figlio può anche cercare di sostenere l’umore di un genitore depresso, ascoltando le sue lagnanze e confidenze e motivandolo a riprendersi. Abbastanza diffusa è la strategia che consiste nel distrarre i genitori dai loro conflitti, cercando di attirare l’attenzione su di sé. Il che può avvenire in vari modi. Uno consiste, per esempio, nel farsi capro espiatorio assumendo comportamenti pestiferi: l’obiettivo, spesso inconsapevole, è di riunire mamma e papà, sulla base della comune preoccupazione per il figlio.

Un’altra modalità, diametralmente opposta alla precedente, consiste invece nel cercare di riunirli grazie ai successi ottenuti a scuola, in palestra o altrove: in questo caso il fattore accomunante si spera possa essere “l’orgoglio dei genitore”.

Entrambe queste strategie - mediare e attrarre l’attenzione su di sé – sono il segno che i figli prendono sulle proprie spalle la responsabilità di tenere in piedi la famiglia divisa, assumendo pertanto un ruolo attivo nel mutato stato di cose.

Questo ruolo attivo si radica nell’istinto di sopravvivenza e rivela una capacità di ripresa e di reazione, ossia una resilienza innata che, nei momenti in cui più acutamente si avverte la propria vulnerabilità, fornisce le energie per ricostruirsi. Quando sono bambini, i figli tendono a essere conservatori, nei confronti del sistema famiglia perché hanno bisogno di protezione e garanzie: sentono di essere vulnerabili di fronte al mondo complesso e in gran parte non ancora decifrato degli adulti e percepiscono, senza ombra di dubbio, che la loro forza risiede negli adulti che si prendono cura di loro, che li hanno ” nella loro mente”.

Così, quando si accorgono che questa forza sta diminuendo, cercano di darsi da fare per recuperarla. Crescendo e rafforzandosi capiranno sempre meglio le ragioni dei genitori, si adatteranno a muoversi tra due case e, qualche volta, tra due famiglie ricostituite. Molti di loro converranno che il divorzio è stata una decisione necessaria, anche se indesiderata. Altri constateranno che lo scioglimento del legame matrimoniale ha migliorato la qualità della vita dei genitori ed è stato, per loro, un’occasione per crescere e ampliare orizzonti.   Qualcun altro, invece, non si rassegnerà mai del tutto. Altri ancora porteranno in età adulta i segni della frattura.


Ricerche sul divorzio

Molte ricerche, scaturiscono da una serie di testimonianze di figli adulti che, ripercorrendo la loro vicenda esistenziale, la descrivono e la valutano “in prospettiva”.

Sono testimonianze preziose, perché consentono di seguire il percorso della famiglia divisa in un arco consistente di anni. Un lavoro del genere è stato reso possibile dal fatto che ormai esiste una prima ampia generazione di figli adulti di famiglie divise e gli adulti, a differenza dei bambini, non soltanto riflettono più facilmente sulla loro esperienza, ma hanno anche potuto registrarne gli effetti nel corso della loro crescita.

I figli e le figlie adulte parlano di ciò che è avvenuto nella loro vita al momento della rottura tra i genitori e negli anni successivi e spiegano come quell’esperienza abbia inciso sui loro rapporti sentimentali, sulle loro aspettative, sui loro progetti e sogni, sulla volontà o meno di formare una famiglia.

L’esperienza che essi hanno vissuto li ha portati a riflettere sui legami affettivi, sulle relazioni intime, sul ruolo delle emozioni nella vita delle persone e alla acquisizione di una consapevolezza e di una capacità introspettiva notevoli.

Nessuno di loro ha dato l’impressione, nel corso dei colloqui, di voler abbellire o nascondere la realtà; al contrario, la coerenza delle loro risposte, la semplicità con cui hanno parlato delle vicende che li riguardavano, il loro desiderio di collegare gli avvenimenti e di essere il più possibile obiettivi, sono segni dell’affidabilità delle loro testimonianze.

D’altro canto, ognuno di loro era libero di rifiutare il colloquio. E poiché soltanto quattro su cinquanta sono stati in terapia psicologica per periodi più o meno lunghi, la grande maggioranza di loro non aveva mai avuto occasione di narrare la propria storia in modo tanto ampio e dettagliato. E così, il raccontarsi è stato percepito come “rigenerante”, “utile”, “un sollievo”, “chiarificante”, “un’occasione per collegare gli eventi”.

D’altra parte il racconto di sé, come insegnano i terapeuti dell’anima, è fondamentale per chiarire a se stessi passaggi rilevanti o nodi critici, per soffermarsi su aspetti irrisolti su cui magari per tanto tempo si è preferito sorvolare e, in ultima analisi, per mettere ordine nella propria vita.


Prima della separazione

Finché resta unita, la famiglia è un sistema alla cui vita partecipano tutti i suoi membri. Le emozioni e i sentimenti degli uni influiscono su quelli degli altri, sulle loro scelte e loro comportamenti, perché comuni sono le esperienze di vita, le memorie, il linguaggio. Non occorrono i lunghi discorsi o spiegazioni per capire se papà e mamma sono di cattivo umore, tristi o arrabbiati.

E’ facile comprendere che hanno litigato, se si tengono il muso o se invece stanno per fare la pace. Si vive negli stessi spazi, si coordinano gli orari, si condividono le abitudini, si è testimoni involontari di ciò che accade.

Questa condivisione naturale di tempi, spazi, esperienze, emozioni, linguaggio crea, giorno dopo giorno, anno dopo anno, un intreccio fitto di relazioni e di eventi significativi che è alla base di quella intimità che è massima in famiglia, ma che può esistere anche in altri contesti, sia pure in forme meno intense, come la scuola, il luogo di lavoro, il parco giochi, la palestra. E’ difficile perciò in famiglia, fingere di non vedere e di non sentire, così come è difficile sottrarsi allo sguardo dei propri congiunti anche quando servirebbe un po’ di privacy.


Spettatori impotenti

Così come i genitori sono testimoni dei conflitti dei figli, allo stesso modo i figli sono testimoni dei conflitti dei genitori. La differenza tra queste due condizioni sta nel fatto che mentre i genitori si sentono autorizzati a intervenire nei litigi dei loro figli, questi ultimi, per la posizione che occupano all’interno della famiglia, si sentono assai meno autorizzati a farlo con i genitori.

Può accadere che intervengano, quando la situazione degenera, ma in questo caso essi devono superare una barriera psicologica che ha radici lontane, negli anni infantili e che li porta a pensare che i saggi, i maturi, i responsabili siano gli adulti.

Sono gli adulti che hanno formato la famiglia, che l’hanno voluta e che, per definizione, dovrebbero desiderare di tenerla unita. I figli sono arrivati dopo, quando la famiglia era ormai formata, e poi una prerogativa dei bambini è proprio quella di essere spensierati, di affidarsi alle decisioni dei genitori. In questo, l’età è una variabile rilevante perché più un figlio è piccolo, meno sente di poter avere parte nelle decisioni e negli scontri dei grandi.

Le situazioni variano molto da famiglia a famiglia: in alcune di quelle che approderanno alla divisione i genitori litigano da sempre in modo esplicito e qualche volta fanno anche delle prove di separazione per periodi più o meno; in altre ancora non ci sono esplosioni di ostilità ma incomprensioni su questioni di fondo, dissensi larvati, come forme “fredde” di lotta di cui non sempre i figli colgono la reale portata.

Così, se in alcune famiglie non è difficile maturare la convinzione che prima o poi mamma e papà si separeranno, in altre è chiaro che cosa stia veramente accadendo né se si tratta di problemi passeggeri o duraturi.

Di solito i bambini di fronte ai litigi provano paura, soprattutto se il papà alza le mani e picchia anche i figli. Loro notano i toni della voce usati dai genitori. Questi bambini di solito non dormono, o si svegliano di soprassalto perché sentono urlare i genitori, sbattere porte. Sentono la madre piangere e il padre gridare. I figli avvertono che qualcosa non funziona nella coppia; ma se i grandi non ne parlano possono essere insicuri della validità delle loro percezioni e incapaci di fare previsioni.

Possono notare che papà e mamma non sono affettuosi tra loro, che usano toni duri o irritati, che non escono mai insieme, che evitano di rimanere soli o non dormono nella stessa stanza; ma non avendo mai vissuto un’esperienza di coppia e non potendo fare paragoni con altre famiglie, possono ritenere che quei comportamenti rientrino nella norma; tanto più che, per la propria sicurezza, essi desiderano che i genitori continuino a restare insieme.

La difficoltà che incontrano i figli nel comprendere le dinamiche emotive della coppia emerge da alcune testimonianze dei figli: “A un certo punto ho avuto l’impressione che qualcosa stesse cambiando perché ho cominciato a fare solo con mio padre le cose che prima facevo con mia madre: andare a cavallo, giocare a tennis, gite in bicicletta. Nessuno però mi ha dato delle spiegazioni e io non osavo fare domande. Più tardi ho capito che non andavano più d’accordo come un tempo. Non immaginavo però che si sarebbero separati. Ho saputo della loro decisione una sera quando li ho sorpresi in salotto a parlare di alimenti che mio padre avrebbe dovuto dare a me e a mia madre dopo la separazione. Il motivo per cui si sono separati l’ho saputo molto più tardi”.

Ci sono i casi in cui la notizia arriva come un fulmine a ciel sereno: i figli non si accorgono di nulla, non sospettano nulla fino a quando i genitori non comunicano che si stanno separando. Quando la divisione è avvenuta nei primi anni di vita, i figli non ne hanno alcun ricordo o ne hanno uno confuso, anche se ciò non significa che eventuali stress – provocati dai litigi e soprattutto dalla separazione dalle figure di attaccamento – non abbiano inciso sul loro sviluppo.

Se il loro bisogno di attaccamento era soddisfatto, se il clima in casa era sereno, a livello cosciente molti figli non hanno avuto la percezione di un cambiamento di rotta; tutto ciò che ricordano lo hanno appreso dai racconti dei parenti. Un bambino piccolo, che non abbia ancora alle spalle una storia familiare, non può paragonare il “prima” con il “dopo” ed è portato a considerare normale la condizione in cui vive, specialmente se non ci sono tensioni e se mantiene un rapporto continuativo e sereno con una delle sue figure di attaccamento principali.

Abitare con la mamma e incontrare il papà nei fine settimana è una condizione che può essere considerata normale da un bambino i cui genitori si sono separati quando aveva uno o due anni, in quanto lui ha conosciuto soltanto quel tipo di vita familiare. Una volta cresciuto, un figlio può disporre, a posteriori di una versione più articolata dei fatti e poco per volta darsi delle spiegazioni.

Ascolta i discorsi dei parenti, comprende meglio le situazioni, fa confronti e via via aggiunge nuove tessere al mosaico. E’ come se di una fotografia all’inizio vedesse soltanto una piccola zona. Col passare del tempo l’area visibile si allarga, compaiono altri settori e il dettaglio iniziale si trasforma in un nuovo contesto. Quando finalmente tutta l’immagine è visibile, il quadro che emerge è un altro ancora e il giudizio va così nuovamente riformulato.


Famiglie intatte conflittuali

Uno dei dilemmi che molti genitori si trovano ad affrontare è se per i figli sia preferibile una convivenza forzata oppure la separazione.

La maggior parte dei figli, soprattutto quando sono bambini preferisce che i genitori continuino a stare insieme anche se tra loro non ci sono più l’amore o il trasporto iniziali e sono molti a ritenere che i litigi non siano un fattore che metta a rischio la stabilità familiare. 

Questo è uno dei motivi per cui parecchie coppie decidono di rimanere insieme, per il bene dei figli, in attesa che questi raggiungano una sufficiente indipendenza emotiva.

Una risposta unica d’altra parte non esiste. Le valutazioni si fanno caso per caso. C’è chi riesce a convivere secondo la formula dei “separati in casa” e chi invece non ci riesce. Il fatto che uno dei due abbia un altro partner al di fuori della famiglia o non faccia sforzi sufficienti per creare un’atmosfera serena, occuparsi dei figli può rendere tutto più difficile.

Alcune coppie, poi, non riescono ad andare d’accordo neppure su questioni insignificanti: per loro ogni occasione è buona per notare errori o carenze, rinfacciarsi torti, farsi dispetti, vendicarsi.

Altri, infine, possono fingere un accordo che non c’è e così facendo creare un’atmosfera inautentica che genera altri problemi.

Si possono avere due situazioni: nella prima, la coppia ha portato avanti le ostilità in modo esplicito per anni, tanto che la primogenita si è assunta la parte del paciere. Nella seconda, invece, le ostilità non erano esplicite, ma non per questo meno disturbanti. A volte, per alcune coppie vivono sotto lo stesso tetto in un clima di tensione. Qui l’atmosfera diviene pesante. Assistere allo spettacolo di un’infelicità che giorno dopo giorno inghiotte il matrimonio dei propri genitori può essere un’esperienza logorante.

Lo sanno bene quanti sono cresciuti in famiglie dove la mancanza di chiarezza, i silenzi, i tentativi disperati di fornire l’immagine di una serenità che non c’era hanno portato a una condizione di stallo che man mano ha deteriorato i rapporti, reso difficile la comunicazione e messo in crisi - nei figli - la fiducia nella propria capacità di comprendere e gestire i rapporti umani.

Bambini e ragazzi che per anni hanno assistito impotenti a discordie e incomprensioni possono, come reazione, diventare ansiosi nei rapporti con gli altri, temere di fallire là dove altri invece non hanno il minimo dubbio di riuscire, oppure sviluppare un bisogno nevrotico di possesso nei confronti del partner o degli amici.

Sono vari gli autori (Emery,1994; Block,1998; Schaffer, 1990) convinti che il protrarsi della  discordia tra genitori sia un’esperienza difficile nell’infanzia e nell’adolescenza. Le tensioni - spiegano questi studiosi - si trasmettono ai figli e vanno ad incidere sul loro senso di sicurezza e sul loro equilibrio psichico più di quanto non incida la separazione in sé: quest’ultima comporta delle perdite e un cambiamento esistenziale che richiede un riassestamento; ma se pone fine alle ostilità e serve a fare chiarezza può rappresentare l’inizio di un nuovo corso, l’uscita da un vicolo cieco.

Il fatto è che, non sempre le ostilità cessano dopo la separazione e a volte neppure dopo il divorzio. Così come non sempre le perdite subite trovano una compensazione.


La situazione precipita

Il momento in cui uno o entrambi i genitori decidono di separarsi è un momento di grande coinvolgimento emotivo e, per i figli, di forte tensione. Un coniuge può essere deciso a separarsi e l’altro no. I legami di coppia possono essere intensi anche quando ci si ritrova su fronti opposti. Si ama e si odia. Si disprezza ma si dipende.

Si disapprova ma non si riesce a staccarsi. Si ricerca l’indipendenza ma si temono le reazioni dell’altro. Alcune coppie non riusciranno mai a separarsi del tutto e resteranno unite da una discordia permanente. Anche se non esistono regole uguali per tutti, la separazione è in genere più drammatica del divorzio che, per quanto dotato di un valore simbolico superiore, viene però a sancire a distanza di tre o più anni una divisione di fatto.

Quasi tutti gli intervistati concordano nel ritenere che, sebbene nel momento del divorzio vengano prese decisioni importanti e irreversibili, è la separazione l’evento critico che imprime una svolta e dà l’avvio alla famiglia divisa. Il divorzio è stato vissuto come l’aspetto burocratico anche se rimette in gioco emozioni che sembravano superate.

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