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Danni provocati da un bene destinato al culto: chi risarcisce?


La Corte di Cassazione interviene in materia di danni ex art. 2051 c.c. provocati da un bene destinato al culto
Danni provocati da un bene destinato al culto: chi risarcisce?

 

La Cassazione in materia di responsabilità da cose in custodia per i beni destinati al culto.

Come noto, l’art. 2051 c.c. dispone che “Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”. 

Per costante giurisprudenza, tale forma di responsabilità postula la sussistenza di un rapporto di custodia della cosa e una relazione di fatto tra un soggetto e la cosa stessa, tale da consentire il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con la cosa (tra le altre, Cass. ordinanza n. 27724 del 30/10/2018; Cass. sentenza n. 15761/2016).

Ma quid iuris se il danno deriva da un bene destinato all’esercizio del culto? Chi dovrà rispondere ai sensi dell’art. 2051 c.c.?

Il caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte riguarda la domanda risarcitoria formulata da un uomo che lamentava di aver subito lesioni personali a causa della caduta conseguente ad un’insidia rappresentata dalla rottura, non adeguatamente segnalata, di un gradino della scalinata di accesso al Duomo. Detta domanda veniva formulata nei confronti della Diocesi e del Comune, il quale spiegava domanda di manleva nei confronti del proprio ente assicuratore, previa chiamata in garanzia.

Il Tribunale adito accoglieva la domanda nei confronti della Diocesi (che veniva condannata a risarcire il danno), ma la rigettava nei confronti del Comune.

Avverso detta sentenza, proponeva appello la Diocesi, reiterando l’eccezione di carenza di legittimazione passiva rigettata in primo grado.

La Corte d'Appello accoglieva il gravame e riformava parzialmente la sentenza di primo grado, rigettando la domanda formulata in primo grado dall’attore nei confronti della Diocesi, in quanto «l'attore avrebbe dovuto dare prova del fatto che la Diocesi, comunque, manteneva una disponibilità giuridica e materiale della scala di accesso del Duomo e solo successivamente dar prova del nesso causale tra cosa in custodia e danno».

La Corte, inoltre, rigettava l’appello incidentale spiegato dal danneggiato nei confronti del Comune, in quanto «le scale sulle quali si è verificato il sinistro non ricadono nella proprietà del Comune», nonché era da escludersi qualsiasi responsabilità ex art 2051 cod. civ. in quanto non era stata fornita alcuna «prova di una disponibilità giuridica e materiale da parte del Comune della scala di accesso al Duomo».

Il danneggiato, quindi, proponeva ricorso innanzi alla Suprema Corte, chiedendo la cassazione della sentenza di secondo grado e deducendo motivi che riguardavano sostanzialmente la legittimazione passiva delle parti in causa.

La Cassazione, con ordinanza n. 5841 del 28/02/2019, ha esaminato, in primis, una questione preliminare ed assorbente di natura sostanziale e non processuale, ovvero quella riguardante la titolarità del rapporto di custodia afferente la domanda risarcitoria del danneggiato. Gli Ermellini hanno ribadito la distinzione tra legittimazione al processo e titolarità della posizione soggettiva oggetto dell'azione (sia attiva che passiva), confermando che la stessa attiene al merito della decisione e che, pertanto, spetti all’attore allegarla e provarla.

Ciò posto, la Cassazione ha rilevato che il mero riferimento alla Legge n. 222/85 che disciplina la successione dei beni tra diversi enti ecclesiastici, non era idoneo a dimostrare che la Diocesi fosse proprietaria o detentrice di fatto del Duomo e delle sue pertinenze, posto che tale normativa contemplava la possibilità di assegnazione di detti beni agli enti parrocchiali e l'attore avrebbe dovuto, comunque, dimostrare in concreto il rapporto di fatto, ovvero una disponibilità giuridica e materiale, tra la convenuta in giudizio e la scalinata su cui si era verificato l’infortunio.

La Suprema Corte, inoltre, ha ritenuto infondato anche il motivo di appello relativo al punto in cui i giudici di secondo grado avevano escluso la responsabilità del Comune, proprietario dell'area limitrofa alla scalinata e, quindi, in tale veste, tenuto all'obbligo di manutenzione della stessa.

Ebbene, secondo i Giudici di legittimità, le leggi che storicamente sono intervenute per regolare i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica non consentono di svolgere ragionamenti diversi quanto alla natura privata del sagrato e di ogni area pertinenziale di un bene appartenente a un ente ecclesiastico. L'art.15 della legge 27 maggio 1929 n. 848, stabilendo che le chiese sono giuridicamente rappresentate dall'ordinario diocesano, dal parroco, dal rettore o dal sacerdote che, sotto qualsiasi denominazione o titolo, sia legittimamente ad esse preposto, non precisa in quali casi la rappresentanza spetti all'ordinario, al parroco, al rettore o ad altro sacerdote, onde deve ritenersi implicito, in detto articolo, il richiamo alle norme di diritto canonico. E pertanto, poiché la chiesa succursale di una parrocchia, che è destinata, come la Chiesa parrocchiale, all'esercizio delle funzioni inerenti all'ufficio di parroco, ha come rettore lo stesso parroco, versandosi non in ipotesi di cumulo di uffici incompatibili (can.156 C.i.C.) ma di Unione di uffici minus principalis (can.1419 C.i.C.), nella quale la provvista canonica dell'ufficio principale importa ipso iure il conferimento di quello accessorio. L'art. 18 della Legge 7 luglio 1866 n. 3036, inoltre, escludendo gli edifici di culto dalla devoluzione al demanio di tutti i beni delle corporazioni religiose soppresse, in quanto appariva necessario conservare la loro destinazione a soddisfare effettive e concrete esigenze spirituali della popolazione, ha usato l'espressione edifici di culto in senso ampio, sì da comprendersi non solo gli edifici destinati a chiesa, ma anche i sagrati, consistenti in un'area di distacco tra le chiese e le strade o piazze su cui prospettano, i quali sono destinati esclusivamente ai fini di una migliore esplicazione dell'attività di culto che vengono esercitate nelle chiese e dello svolgimento di cerimonie religiose ed altri atti di culto che si svolgono all'aperto (cfr . Sez. 2, Sentenza n. 4362 del 12/11/1957).

L'uso pubblico è, in genere, riferito al transito che può interessare una strada o un altro bene di proprietà privata e, in merito, è stato sancito che la semplice imposizione di un vincolo di uso pubblico su strada vicinale, pur permettendo alla collettività di esercitarvi il diritto di servitù di passaggio con le modalità consentite dalla conformazione della strada stessa, non altera il diritto di proprietà sulla medesima, che rimane privata (Sez. 2 - Sentenza n. 15618 del 14/06/2018; Cass., Sez. 6 - 2, n. 11028 del 19 maggio 2011). Pertanto, per quanto la dicatio ad patriam sorga in presenza di un comportamento ab immemorabile di destinazione ad uso pubblico da parte del proprietario che, seppur non intenzionalmente diretto a dar vita al relativo diritto, metta volontariamente, con carattere di continuità, un proprio bene a disposizione della collettività, assoggettandolo al relativo uso (Cass., Sez. 1, n. 4207 del 16 marzo 2012), tale uso, tuttavia, eventualmente concorrente con la precipua destinazione dell'area stessa all'attività di culto, non è di per sé in grado di trasferire il potere di fatto sulla cosa (ovvero gli oneri di custodia) sull'ente territoriale preposto alla gestione e manutenzione delle adiacenti pubbliche vie.

Tanto premesso, quindi, la Cassazione ha enunciato il seguente principio di diritto: "la responsabilità da omessa custodia di un bene destinato all'attività di culto, anche se per consuetudine asservito a un uso pubblico, grava sul proprietario del bene e non sull'ente territoriale su cui insiste il bene, a meno che non sia dimostrata una detenzione o un potere di fatto dell'ente territoriale sulla cosa".
 

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