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La stanza dell'empatia


Cos'è davvero l'empatia e perché l'empatia è a rischio di arroganza? Un pensiero e una riflessione...suggeriti da protagonisti d'eccezione
La stanza dell'empatia

Ho iniziato a scrivere il mio nuovo articolo sollecitato dalla scomparsa di David Sassoli, dalla sua figura e "statura". Terminato il mio lavoro di revisione ero pronto a postare, quando mi sono imbattuto in quello che ho fin da subito considerato un dono autentico e preziosissimo: il discorso di Drusilla Foer all'ultima edizione del Festival di Sanremo.

Nel suo monologo, che invito chiunque a guardare, Drusilla parla di unicità e di ascolto:

1. la  nostra unicità innanzitutto - quella di ciascuno di noi, in cui si fondono tutti i lati del nostro essere, quelli di cui andiamo fieri e quelli con cui facciamo quotidianamente a pugni - e l'unicità degli altri, universi tutti diversi e tutti meravigliosi... unici, appunto

2. l'ascolto - lo strumento con cui porgiamo l'orecchio all'unicità dell'altro dandogli rispetto e valore; un"atto rivoluzionario" come lei lo definisce, il "vero atto rivoluzionario dei nostri tempi".

"La recente scomparsa di David Sassoli ha colpito tutti.Tante le manifestazioni di stima e affetto nei suoi confronti, anche da parte dei suoi "avversari" politici. Tra queste ultime una in particolare mi ha colpito, quella di Giorgia Meloni: 'Non la pensavamo nello stesso modo ma gli riconosco di aver sempre valorizzato il pensiero e le opinioni di chi non la vedeva come lui creando un dialogo, un punto di incontro'. Questo riconoscimento, prezioso di per sé, è per me ancora più importante, perché da emotional trainer e coach trovo in quel 'punto d'incontro' la descrizione più concreta dell'empatia".

Così scrivevo nel mio articolo originale quando è arrivato il dono di Drusilla; riflettevo sull'empatia, ritrovando nelle attestazioni di stima ricevute post mortem da Sassoli ciò che davvero è l'empatia: una stanza da abitare.

Concepire l'empatia come una stanza speciale - uno spazio terzo in cui Io e Te ci incontriamo - è un insegnamento prezioso.

Siamo soliti dire che essere empatici significa mettersi nei panni dell'altro, intendendo con questa espressione che dovremmo guardare le cose e la realtà dal suo punto di vista, come se fossimo lui. Se riusciamo a farlo tutto ci è concesso, i nostri poteri si affinano: diventiamo telepatici perché sappiamo quello che l'altro pensa, diventiamo sensitivi perché percepiamo le sue emozioni facendocene attraversare, diventiamo interventisti perché per lui ci prodighiamo in lezioni, consigli, suggerimenti validi.

Noi e l'altro: ciascuno con il suo mondo, con la sua vita, con il suo percorso e la sua visione della realtà. Ciascuno con le sue emozioni.

Se ognuno ospita nelle stanze del suo essere i propri pensieri, le proprie emozioni, le proprie intenzioni cosa significa mettersi nei panni dell'altro? Significa che dobbiamo entrare in casa sua per abitare le sue stanze? E se noi ci riusciamo, perché l'altro non può fare altrettanto? Perché non entra in casa nostra, abitando le nostre?

In questo dualismo io/tu si annida un errore di fondo che è giusto tenere in considerazione: di chiunque siano le stanze che abitiamo nell'accezione tradizionale di empatia, ci troviamo comunque a confrontarci con un sovraccarico, quello dell'ospitalità. Se abitiamo le stanze dell'altro significa chiedergli di ospitarci e quindi accogliere i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre (buone) intenzioni, se l'altro abita le nostre significa che siamo noi a doverlo ospitare e con lui i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue (buone) intenzioni.

E' un po' quello che capita nella realtà quando un parente viene a trovarci o quando andiamo a trovare lui...tante parole, tanta gioia e disponibilità, ma di fatto chi accoglie deve limitare la propria libertà. E si sa, l'ospite è come il pesce....

Che errore si nasconde dietro la definizione tradizionale di empatia, dietro quel "mettersi nei panni dell'altro" che ci autorizza a prevaricarci reciprocamente: l'empatia non è la mia stanza o la tua stanza, ma la nostra stanza, uno spazio terzo in cui ognuno entra lasciandosi alle spalle un po' di sé per incontrarsi a metà strada, senza certezze precostituite, punti di vista da imporre, ricatti morali o consigli da seguire ad ogni costo.

Ecco l'empatia dimostrata a livello politico da David Sassoli, la sua capacità di valorizzare le opinioni altrui riconosciutagli dagli "avversari", quel suo sapere creare un punto d'incontro: uno spazio a metà strada da abitare rispettando il punto di vista dell'altro, un punto di vista da ascoltare e valorizzare, sempre.

Di questo scrivevo quando all'improvviso Drusilla Foer tiene il suo monologo sull'unicità e sull'ascolto...Bingo! Un regalo inaspettato e preziosissimo: sto definendo i contorni della stanza dell'empatia, ed ecco che Drusilla descrive la chiave per entrarvi. Sto scrivendo le mie riflessioni sull'ascolto quand'ecco che Madame Foer mi "frega" svelandone il significato più profondo.

Siamo unici, ognuno di noi lo è... se le nostre stanze fossero messe a confronto, ne risulterebbe che nessuna è uguale all'altra. Anche se si assomigliano, anche quando a prima vista la mia stanza sembra identica alla tua, c'è sempre qualcosa che le distingue: un particolare nascosto, una nuance di colore, un tessuto. Ciascuna è unica e irripetibile.

Mettersi nei panni dell'altro non solo è sbagliato, ma è un atto (inconsapevole) di arroganza, anche se lo conosciamo profondamente, ci viviamo o lavoriamo insieme, giorno dopo giorno.

Per sviluppare l'empatia dobbiamo accettare questo paradosso e farci umili; solo così apriremo la porta della terza stanza.

Facciamo scattare la serratura ed entriamo in quello spazio speciale quando smettiamo di dire "io so cosa pensi e quindi posso dirti la mia, so cosa provi perché è come se capitasse a me, voglio aiutarti e lo farò a ogni costo"

Facciamo scattare la serratura quando ribaltiamo la prospettiva, quando diciamo "proprio perchè so di non poter comprendere completamente cosa provi e cosa pensi, faccio un passo indietro. Mi metto in ascolto, non solo del tuo punto di vista, ma della tua unicità: per accoglierti quanto più mi è possibile. Per proporre, senza mai imporre. E ti chiedo di fare lo stesso con me".

Come emotional trainer e coach mi piace condividere 3 mantra del cuore da rivolgere a noi stessi per sviluppare la vera empatia, frasi che innanzitutto rivolgo a me stesso, per essere umile di fronte all'altro:

  1. forse so davvero quello che pensi, ma non ne sono così certo da importi le mie idee e i miei schemi

  2. forse provo davvero quello che provi, ma non mi faccio travolgere perdendo la lucidità e la giusta distanza da te

  3. voglio davvero aiutarti e fare qualcosa per te, ma aspetto il tuo permesso per farlo

Se come ci insegna Drusilla ognuno di noi è unico allora attingiamo alla nostra unicità e domandiamoci: quali sono i miei mantra del cuore, quelli che ripeto a me stesso per entrare nella stanza dell'empatia?

 

 

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