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Smart working e zero tasse? Si può, ma non in Italia


Diversi Stati si stanno organizzando per attirare nel proprio territorio tutti i lavoratori in smart working a colpi di agevolazioni fiscali
Smart working e zero tasse? Si può, ma non in Italia

Che sia la volta buona per trasferirsi su un’isola? Questo non lo sappiamo. Sappiamo solo che diversi Stati si stanno organizzando. Alcuni di essi sono a noi molto vicini. L’obiettivo è palese. Attirare nel proprio territorio tutti i lavoratori in smart working.

Come pensano di farlo? A colpi di agevolazioni e sconti fiscali. Questo non è nient’altro che uno degli effetti collaterali del coronavirus. Con le sue esigenze di distanziamento sociale ha infatti contribuito a sganciare i lavoratori dalla loro presenza fisica in ufficio. Per questo motivo diverse nazioni hanno deciso di prendere la palla al balzo e tentare molti italiani. Ma non solo in realtà. Vediamo di chi si tratta.

Smart working: la lista dei paesi offerenti

L’idea è stata lanciata da un olandese. Un certo Jan de Jong, ora diventato presidente dell’Associazione Croata dei Digital Nomads. Prima domanda che sorge spontanea. Chi sono i “digital nomads”?

Sono i professionisti dell’ambito tecnologico o anche i semplici impiegati che lavorano a distanza per la loro azienda registrata all’estero. Magari solo temporaneamente per lo smart working imposto dal coronavirus. A questi lavoratori, la Croazia promette zero tasse. A patto però di avere un reddito mensile di 2.130,5 euro. E sempre che le sue entrate non derivino da pensioni o rendite.

Se proseguiamo lungo la penisola balcanica, arriviamo in Grecia. Qui il governo non promette alcun azzeramento di tasse. Si limita a dimezzarle a favore di chi si trasferisce in terra ellenica. Si tratta di un bonus di un anno riservato a chi negli ultimi sette non è stato fiscalmente residente in Grecia.

E l’Italia?

Già dal 1° gennaio 2020 ha aumentato i vantaggi per i “lavoratori impatriati, ossia quelli che dall’estero trasferiscono la residenza fiscale nella Penisola. La percentuale di reddito esentasse è passata dal 50% al 70%. Tale percentuale diventa addirittura il 90% per chi sceglie di vivere in regioni del centro-sud come Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia. Lo sconto fiscale dura cinque anni, con possibilità di proroga per un altro quinquennio, ma è necessario che il remote worker abbia una società italiana o lavori per un’impresa del nostro paese.

La Spagna ha invece introdotto un visto per gli extracomunitari che non lavorano in terra iberica ma possiedono redditi esteri da lavoro o da pensione. Prevede un tetto minimo annuo di entrate per circa 26mila euro con l’acquisto obbligatorio di una polizza assicurativa sanitaria locale.

Smart working: dal Mar Baltico alle isole tropicali

Non dovrebbe sorprenderci il fatto che in questo elenco si sia inserita anche l’Estonia. Il piccolo stato baltico è storicamente pioniere dei programmi di “residenza elettronica” per attirare imprenditori anche non fisicamente domiciliati entro i suoi confini. Già perché l’Estonia si è sempre piazzata in prima fila quando si trattava di accogliere startup, digital nomads e freelance.

Tra l’altro, l’anno scorso il governo estone ha lanciato un nuovo visto digitale, che permette ai remote worker di vivere in Estonia lavorando anche come dipendenti per un’impresa registrata all’estero. Per ottenere il visto bisogna dimostrare di poter lavorare da remoto per un’azienda registrata al di fuori dell’Estonia. Oppure di essere un imprenditore o freelance. Il tutto con una soglia minima di reddito di 3.504 euro lordi al mese.

Ma i paradisi del visto per i telelavoratori abbondano anche fuori dall’Europa. C’è per esempio Dubai, con il suo nuovo “remote working program”. Si tratta di un’iniziativa che prevede un visto annuale a chi guadagni almeno cinquemila dollari al mese. Per non dimenticare che negli Emirati Arabi, non esistono tasse sui redditi delle persone fisiche. Proseguendo nella ricerca troviamo una meta ancora più esotica. Parliamo di Bermuda. Composto da un arcipelago di trecento isole nell’Atlantico, qui un visto costa appena 263 dollari l’anno e non esistono tasse sui redditi. Oppure le Mauritius, al largo delle coste africane, che hanno appena introdotto il loro visto annuale per chi possiede almeno 1.500 dollari mensili di entrate o un conto in risparmi per 18mila dollari.

L’inizio di una nuova frontiera?

L’elenco non finisce qui. Antigua e Barbuda, gruppo di isole tra l’Atlantico e i Caraibi chiedono un reddito minimo di 50mila dollari l’anno e 1.500 dollari per un visto biennale. Ma c’è anche la caraibica Barbados, ex colonia inglese come le Bermuda, dove un visto costa duemila dollari l’anno e sono necessari almeno 50mila dollari di reddito. Costa Rica invece offre la sua “Rentista Visa” a chi dimostri di possedere regolari entrate di almeno 2.500 dollari mensili. Oltre a depositi per almeno 60mila dollari in una banca locale nell’arco di due anni.

C’è da stupirsi?

Crediamo di no. Oggi lo smart working si espande a macchia d’olio. Molti lavori sono stati travolti dalla digitalizzazone. La presenza fisica in ufficio non è più fondamentale. Anzi. Il lavoro smart o “nomade” sarà sempre più all’ordine del giorno. È fisiologico che enti o come in questo caso Stati ne vogliamo in qualche modo “approfittare”. Che sia solo l’inizio?

 

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