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Gestioni Separate: opportunità o rischio?


Le Gestioni Separate: strumenti poco trasparenti. Meglio un Fondo Comune d'Investimento
Gestioni Separate: opportunità o rischio?

Le Gestioni Separate sono strumenti del mercato finanziario/assicurativo che fino ad un recente passato hanno riscosso un discreto successo tra i risparmiatori italiani. Oltre ai vantaggi legati alla loro veste assicurativa (impignorabilità, insequestrabilità, esenzione dalle imposte di successione e utile strumento di trasmissione del patrimonio) offrivano ai risparmiatori la prospettiva di un guadagno minimo prefissato e la garanzia del rimborso del capitale investito; entrambi resi possibili dal fatto che, in massima parte, le gestioni investivano in Titoli di Stato italiano.

Storicamente questo è stato vero fino a quando i titoli di stato non hanno cominciato ad avere tassi prossimi allo zero e la garanzia statale è parimenti venuta meno (vedasi caso della Grecia e bail-in).

Da questo momento in poi i risparmiatori hanno cominciato a ricercare soluzioni alternative che potessero coniugare sicurezza e rendimento; obiettivo tutt’altro che facile da conseguire, specialmente per coloro che non hanno un’adeguata cultura finanziaria per affrontare il mercato azionario in relativa sicurezza. La conseguenza evidente di questa condizione è l’enorme massa di liquidità lasciata sui conti correnti (attorno ai 1.370 miliardi) praticamente a tasso zero o negativo.

Purtroppo, in un contesto italiano come quello attuale, non certo favorito dalla situazione finanziaria internazionale, non sempre le soluzioni proposte ai risparmiatori da banche e assicurazioni risultano adeguate alle loro esigenze.

Il timore dei risparmiatori italiani di fronte al rischio di perdere il proprio capitale, giustificato quando si tratta di investimenti in singoli titoli potenzialmente rischiosi, di cui la storia ci ha lasciato ampia memoria (Argentina, Cirio, Parmalat, Giacomelli, per non citarne che alcuni), fa sì che anche di fronte alle normali oscillazioni dei prezzi di mercato (quotazione) di titoli invece più sicuri, se acquistati in un ampio paniere (fondo obbligazionario), molti risparmiatori impauriti vendono, realizzando delle perdite (minusvalenze), anziché attendere il normale ciclo positivo del mercato che segue quello negativo (ribasso dei tassi e rialzo dei corsi, seguito da un rialzo dei tassi con ribasso dei corsi).

L’avversione dei risparmiatori italiani alle oscillazioni dei prezzi dei titoli (anche di quelli obbligazionari) ha come conseguenza un uso errato dei fondi obbligazionari, strumenti sicuri e trasparenti, che però sono spesso penalizzati proprio dalla loro “eccessiva trasparenza”, poiché, fornendo un prezzo di mercato giornaliero, registrano ogni minima oscillazione di prezzo, dovuto, come sappiamo, in primis al variare dei tassi, ma anche ampiamente influenzato dalle tensioni politiche ed economiche nazionali ed internazionali (spread e rating delle società emittenti).

A causa di questa “avversità” dei risparmiatori alle oscillazioni dei fondi comuni, banche e assicurazioni, di fronte alle richieste dei loro clienti meno evoluti finanziariamente (i vecchi Bot People per intenderci) hanno rispolverato le Gestioni Separate, senza tuttavia informare adeguatamente i loro clienti dei rischi insiti in questo tipo di investimento in periodi di forte volatilità, che vedono tassi bassi ma in rialzo, corsi dei titoli in temporaneo calo (per i suddetti motivi) e prospettive di guadagno molto limitate nel breve medio termine.

In cosa differisce una Gestione Separata da un Fondo Comune che investe in titoli obbligazionari? Una delle principali differenze sta proprio nella diversa modalità di valorizzazione dei titoli in cui investono le gestioni separate. Se il fondo comune valorizza i titoli in portafoglio al prezzo di mercato, e lo fa giornalmente, la gestione separata li valorizza al prezzo storico di acquisto (quindi senza tener conto delle oscillazioni del mercato) e solitamente lo fa soltanto una volta al mese (per stabilire il prezzo di ingresso / uscita delle nuove sottoscrizioni e dei disinvestimenti). In pratica nella gestione separata, se un titolo non viene mai venduto, rimane caricato al prezzo di acquisto, che ovviamente può essere anche molto diverso da quello di mercato, e solo al momento della vendita il gestore contabilizzerà la plusvalenza o la minusvalenza realizzata.

Questa differenza contabile si può, però, tradurre in una vera e propria distorsione del valore della quota, e quindi, anche del rendimento atteso, a seconda di quando ho deciso di entrare (acquistare) o uscire (vendere) dalla gestione.

Poiché le gestioni mantengono una parte del capitale investito in liquidità, per far fronte ai rimborsi, alimentata dalle nuove sottoscrizioni, se i gestori non sono costretti a vendere un titolo in portafoglio, poniamo oggi quotato sul mercato a 90/100, ma che è stato caricato al prezzo di 100/100, io che sottoscrivo oggi una quota di questa gestione, pago un valore di quota che è superiore al reale valore di mercato, cosa che ovviamente non accadrebbe mai in un fondo.

Questo, però, è soltanto uno dei possibili rischi di una gestione separata, perché di fatto, la mancata trasparenza della stessa, fa sì che neanche il mio capitale sia garantito, così come il rendimento minimo annunciato nel prospetto informativo.

In un periodo come quello attuale, la “brutale trasparenza” del Fondo Comune, che spaventa tanto molti risparmiatori, al punto di farli fuggire nel momento meno adatto per vendere (ovvero quando il corso dei titoli è sotto la parità), rappresenta un provocatorio monito rispetto alla “benevola opacità” delle Gestioni Separate, cui Banche e Assicurazioni si affidano, per dare un’illusoria sicurezza ai propri clienti, invece di fornire loro una chiara e professionale consulenza, che li porti ad una scelta consapevole per i propri investimenti.

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