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Cogenitorialità: cambiamento nella società dei ruoli di madre e padre


Nella società si è affermato un modello di cogenitorialità che, se non ben compreso, può essere contraddetto dal retaggio di vecchie immagini di ruoli familiari
Cogenitorialità: cambiamento nella società dei ruoli di madre e padre

Negli ultimi decenni si è sempre più affermato un modello culturale di cogenitorialità (o coparenting).

Fino ad alcuni decenni fa era prioritario in famiglia il ruolo materno per la gestione della casa e l’educazione dei figli, mentre quello paterno, fondato sull’affermazione delle regole e il sostegno economico, era più periferico e con un minore coinvolgimento nella vita dei figli. Alla madre erano assegnate le qualità relazionali, la polarità fiducia-speranza, mentre al padre quelle etiche-normative e la polarità giustizia-lealtà.

Gradualmente, con l’affermazione dei diritti di parità, l’emancipazione femminile e la presenza sempre più ampia di donne nella vita lavorativa, politica, sociale, si è infranta la rigida differenziazione tradizionale dei ruoli e si è affermata una visione di coppia genitoriale, in cui ognuno dei due può agire le diverse funzioni genitoriali (Scabini, Cigoli, 2012). Così facendo, si è aperta una fase di transizione da un modello di coppia genitoriale, fondato su ruoli diversi, a uno di possibile interscambio e collaborazione, ma anche soggetto ai rischi di contraddizioni fra tracce di vecchi modelli di ruoli e nuove istanze.    

 

Cogenitorialità o coparenting

Alla nuova dimensione della coppia parentale e alle necessarie modalità comunicative corrisponde il costrutto di cogenitorialità o coparenting, che è nato negli anni Novanta del secolo scorso. Secondo James McHale (2010), si può parlare di coparenting, quando la cura e l’educazione genitoriale danno vita a “un’impresa familiare”, di cui entrambi condividono la responsabilità, creando rapporti di alleanza e coordinandosi nell’esercizio delle diverse funzioni. Questa nuova dimensione richiede necessariamente che il padre sia integrato nell’esperienza familiare quotidiana.  

Per Feinberg (2003) la cogenitorialità si sviluppa attraverso la pratica di quattro dimensioni collaborative:

1. La gestione dell’accordo/disaccordo sulle diverse questioni educative: valori morali, disciplina, percezione dei bisogni emotivi dei bambini e delle bambine, priorità educative. 

2. L’accordo sulla  divisione dei compiti e delle responsabilità educative, di cura.

3. Il rafforzamento reciproco, attraverso la divisione dei compiti e il supporto a ciascuno nell’esercizio della genitorialità e nella consapevolezza che le critiche, le denigrazioni, le accuse reciproche indeboliscono.

4. La gestione congiunta delle relazioni familiari e quindi delle responsabilità.


La qualità della comunicazione nella coppia genitoriale

In questa visione la genitorialità trova il suo fondamento, non solo nel rapporto che si costruisce con i figli, ma anche e soprattutto nella relazione con il/la partner, se si riesce a  mediare, condividere, supportarsi reciprocamente nella cura ed educazione dei figli. La qualità della relazione genitoriale è il presupposto indispensabile per costruire la dimensione della responsabilità genitoriale condivisa e per trasmettere ai figli il senso del rispetto delle diversità, apprese e mediate dal rapporto con i genitori.

Essendo la coppia costituita da persone con storie di vita, personali e familiari diverse, sarà essenziale una comunicazione centrata sull’ascolto, l’espressione di pensieri ed emozioni e la mediazione dei diversi punti di vista, in un processo continuo di mutamento e continuità con aspetti varianti e invarianti. (Scabini, Cigolini, 2002).

Una buona comunicazione tra cogenitori non vuol dire un pensiero univoco sul cosa fare e come educare, ma piuttosto un confronto costruttivo, senza prevaricazioni. Un saper contrattare e risolvere insieme le controversie, uno scambio, gestito con reciprocità e finalizzato al benessere nella crescita, nell’educazione dei figli (Conte 2017).

Nel costrutto di cogenitorialità la collaborazione, il triangolo primario, sono gli elementi fondanti per la crescita psico-affettiva dei figli, anche nei casi in cui i genitori si separino.  

 

L’analisi dei fattori contraddittori con la co-genitorialità

L’attuale transizione culturale da una visione della genitorialità, fondata sul ruolo centrale della madre, a quello sulla cogenitorialità, presente nelle intenzioni di molte coppie genitoriali, è spesso ostacolata, oltre che da echi di storie personali precedenti, da retaggi culturali, immagini radicate di vita di coppia e familiare.

Il supporto psicologico alle famiglie, oggi, non può prescindere dall’analisi di quei fattori che possono ostacolarla, e fra questi dal ruolo contraddittorio degli stereotipi di genere.

Dopo secoli di un modello culturale patriarcale, fondato su una rigida divisione dei ruoli, con l’avvento della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e delle Costituzioni Democratiche, fra cui la nostra, è sorta l’esigenza di relazioni sempre più simmetriche fra donne e uomini nella famiglia così come nel mondo del lavoro, della vita politica e sociale. Nonostante i cambiamenti culturali e non solo politici e giuridici, permangono ancora, come stereotipi di genere, antichi schemi di “femminilità” e “virilità”, caratterizzati da una rigida divisione di ruoli.

Dall’indagine dell’ISTAT[1], pubblicata il 25 novembre 2019, in Italia, il 62% della popolazione intervistata non presenta stereotipi, ma il 36,3% ha visioni stereotipate e l’1,8% si mostra indifferente. Alcuni degli stereotipi di genere sono: “Per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%); “Gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%); “È l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%); “Spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia” (8,8%).”

 

L’esigenza di analisi critica degli stereotipi di genere

La presenza di stereotipi, se non è vista come tale e in qualche modo gestita, rischia di essere un fattore di rischio per la relazione intima (Chiappi, 2022) e collaborativa di una coppia genitoriale.

Questa consapevolezza critica è fondamentale, in primis, per le operatrici e gli operatori, che lavorano a vario livello con le coppie genitoriali, per evitare i rischi di gender bias[2], cioè di errori cognitivi, distorsioni generati da stereotipi nel corso delle varie e diverse attività rivolte alle coppie genitoriali: ricerca, formazione, sensibilizzazione culturale, diagnosi e terapia.

 

Bibliografia
Chiappi F. (2022). https://www.prontoprofessionista.it/articoli/l-intimit-risorsa-delle-coppie.html.
Chiappi F. (2019). Promozione della salute, prevenzione e contrasto alla violenza di genere. in Il contrasto e la prevenzione alla violenza di genere. Esperienze, considerazioni e buone pratiche in Toscana. I Quaderni della Fondazione. Fondazione Ordine Psicologi della Toscana. Livorno: Media Print. Reperibile su http://www.fondazionepsicologi.it/wp-content/uploads/2019/12/Il-contrasto-e-la-prevenzione-alla-violenza-di-genere.pdf.
Conte V. (2017) Coparenting e Gestalt Therapy tra pienezza e fallimenti della traità primaria. In A.  Feinberg, M. E. (2002). Coparenting and the transition to parenthood: a framework for prevention. Clinical Child & Familiy Psychology Review, 5, pp. 173-195.
McHale, J. (2010). La sfida della cogenitorialità. Milano:Raffaello Cortina.
Scabini E., Cigoli V. (2012). Alla ricerca del famigliare. Il modello relazionale-simbolico. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Scabini E., Cigoli V. (2000). Il famigliare. Legami, simboli e transizioni. Milano: Raffaello Cortina Editore.


[1] https://www.istat.it/it/archivio/235994 (Reperito on line il 10 marzo 2020)
[2] Per un approfondimento sui gender bias si rimanda a Chiappi F.2019, pag. 45 – 46.

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